Il Tirreno

Empoli

Quando la città versò per Berlinguer 20mila lacrime rosse

di Marco Pagli
Quando la città versò per Berlinguer 20mila lacrime rosse

I dirigenti del vecchio Pci hanno ricordato l’esodo empolese con treni e pullman per partecipare al funerale a Roma

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EMPOLI. La data è di quelle che si ricorda senza aggiungere altro. L’11 giugno 1984 i comunisti rimanevano orfani del loro segretario che tanto avevano amato, l’Italia perdeva un leader indiscusso e riconosciuto da tutti, la scena politica internazionale si trovava senza un protagonista assoluto che aveva guidato il più grande partito comunista europeo negli ultimi quindici anni. Enrico Berlinguer muore quel giorno a Padova, in seguito al malore che lo aveva colpito durante un comizio elettorale.

Lutto rosso. La tragedia è collettiva e le immagini, rimaste impresse a fuoco nella memoria del Paese, dicono tutto. Il segretario che si accascia sul palco, la disperazione dei collaboratori che tentano di soccorrerlo e la loro commozione quando capiscono che non c’è più niente da fare. E ancora le ali di gente che accompagnano il carro funebre da Padova fino a Roma, dove ad attendere la salma di Berlinguer c’è un milione di persone. I volti terrei dei dirigenti comunisti, il bacio sulla bara di Pertini, le lacrime dei compagni, le migliaia di bandiere rosse.

Pullman e treni. Parte da qui il racconto che alcuni ex dirigenti locali del Pci hanno fatto lunedì scorso, nell’ambito della festa empolese del Pd, per ricordare la figura del segretario generale. «In quest’area il dolore per la scomparsa prematura di Berlinguer fu vissuto con grande partecipazione - racconta Amos Cecchi, allora segretario di zona del Pci - d’altronde qua il partito comunista aveva circa 20mila iscritti a fronte di un corpo votante di 60mila unità. Furono organizzati pullman e treni speciali per prendere parte ai funerali nella Capitale. Migliaia di persone partirono dall’Empolese Valdelsa per dare l’ultimo saluto al segretario. Ma la partecipazione al dolore non coinvolse solo militanti e simpatizzanti comunisti, ma anche gli appartenenti ad altre forze politiche. Ricordo che pronunciai io il discorso di commemorazione nel consiglio comunale di Empoli e tutti espressero la loro stima verso una figura che aveva saputo abbattere barriere politiche e non solo».

Le mani sulla bara. Il ricordo è indelebile anche tra chi all’epoca aveva poco più di vent’anni. «Avevo cominciato a fare politica da poco - argomenta Alberto Fluvi, attualmente deputato Pd - in quel periodo ero consigliere comunale e fui colpito nel profondo da quella tragedia. Ricordo benissimo quella giornata a Roma e mi sono rimasti impressi alcuni particolari: le mani dell’allora presidente della Repubblica sulla bara, la folla disperata in piazza San Giovanni e il corteo dei leader politici del tempo a Botteghe Oscure. Di lì passarono tutti, persino Almirante. Da questa zona eravamo tantissimi e non poteva essere diversamente, visto che in ogni famiglia c’era almeno un iscritto al partito e poi Berlinguer era un personaggio particolare. Uno che non si era mai tirato indietro e si era sempre esposto, dalle proteste fuori dai cancelli dell Fiat nell’80 alle lotte sulla scala mobile, fino ai grandi comizi di piazza. Era così che era entrato nei cuori della gente».

Contro i tabù. In quell’occasione il legame tra il segretario e le masse si mostrò in tutta la sua forza. Un legame frutto, appunto, di quell’attitudine a metterci la faccia sempre, sia quando la linea era condivisa sia quando invece l’analisi apriva solchi nuovi e accendeva le discussioni tra i compagni. «Berlinguer ruppe molti di quelli che ancora era visti come tabù - spiega Vittorio Bugli, all’epoca militante della Fgci empolese - penso all’apertura verso il mondo cattolico, che continuava ad essere considerato avverso da gran parte della base. Oppure all’idea dell’alternativa democratica che lui introdusse con forza nell’agenda del Pci, in particolare dopo l’esperienza del Cile di Allende e dei successi delle socialdemocrazie europee. Quella virata rispetto al passato creò tensioni all’interno del movimento comunista, ma a mio parere era necessaria. Berlinguer fu molto spesso un innovatore, fu lungimirante ad esempio quando si rese conto, nel pieno della crisi degli anni’70, che bisognava smettere di guardare ad una produzione di massa e incentivare una produzione di qualità. E ancora quando sferrò quell’attacco durissimo al sistema politico italiano e introdusse la questione morale, iniettando nel partito quegli anticorpi che l’avrebbero salvato da Tangentopoli».

Non mitizzare. Il rischio di ridurre il personaggio ad icona, tuttavia, è grande e sarebbe un errore. «Bisogna stare attenti a non cascarci - riprende Amos Cecchi - un figura come la sua merita di essere studiata e analizzata. Ci sono aspetti di grande profondità e attualità nella sua analisi, ma anche questioni che devono essere approfondite. Ho sempre visto come una mancanza, ad esempio, la scarsa attenzione verso il Psi, che non era quello di Craxi. Oppure il ritardo con cui il partito comunista italiano prese le distanze dall’Unione sovietica che aveva invaso l’Ungheria prima e la Cecoslovacchia dopo».

Le qualità. D’altronde la politica è una disciplina non univoca e pure su questioni che appaiono così lontane nel tempo non c’è accordo nei giudizi. Rimane il ricordo di una figura politica pulita, integerrima e allo stesso tempo umana, un leader di cui moltissimi sentono la mancanza in questi nostri tempi bui.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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