Il dolore
Quando erano bandite carte e palla
Il divieto a Empoli comprendeva anche case, botteghe e capanne
EMPOLI. Nella rubrica 12ª dello statuto del comune di Empoli del 1428 si legge la previsione del divieto di giocare a dadi e a carte, che all’epoca si chiamavano naibi. «Statuirono ancora che niuna persona di detto comune per alcuno modo possa giucare con dadj o naibj se già non giocassino a tavole a pena di lire tre per ciascuna volta. Et possa et sia lecito al Podestà in ciò procedere per via d’acusa et di inquisitione et notificagione et tenere sopra di ciò spie secrete et tenere ogni modo che gli parrà più utile a despegnere detto giuocho».
Servizi segreti dunque, atti a reprimere il gioco ed eventualmente a segnalare all’autorità pubblica i contravventori. Non dimentichiamo che alla fine del Trecento Firenze ha estremo bisogno di soldi, con un “monte” (il debito pubblico) di oltre tre milioni di fiorini in vertiginoso aumento, e perciò non esitava a far cassa in ogni modo, soprattutto a carico dei poveri abitanti del contado. «Qualunque ritenessi giuocho nella sua habitatione o in altra casa o capanna o bottega, sia punito come s’egli giucasse. Et qualunche di nocte giucassi, sia punito di pena doppia et così chi ritenesse il giuoco; chi starà ad vedere il giuoco apresso a braccia tre (un braccio fiorentino misurava 58 centimetri, ndr) sia punito come s’egli giucassi. Chi presta tavoliere per giucare dadj o naibj o danari a giuoco caggia in pena di lire tre» e così via. La rubrica termina poi affermando che «Niuno possa giucare al giuocho di qualunche palla mentre che si dice l’uficio apresso alla pieve ad braccia venticinque».
Dadi e carte non erano gli unici giochi vietati a Empoli.
Paolo Santini
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