Il Tirreno

Empoli

I giochi/2

E a Monterappoli erano vietati i dadi

Una deroga per le calende di maggio nella loggia del Comune

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MONTERAPPOLI. Nella rubrica quarantacinquesima degli statuti di Monterappoli del 1395, si legge una previsione normativa apparentemente singolare, “che niuna persona debba giucare a giuoco di zara” (dadi, ndr). Tornano subito alla mente le parole ineguagliate di Dante che, nella Commedia, canto V del Purgatorio, rende immortale questo gioco.

Ma torniamo allo statuto e leggiamo la norma, posta nella silloge seguendo le previsioni contenute negli statuti della città gigliata: «proveduto statuito et ordinato è, che niuno ardisca giucare o fare giucare a giuoco di zara, nel quale si perda o vinca. Et niuno ardisca ritenerlo di dì o di notte in casa sua, né prestare dadi o tavoliere a detti giucatori». Pena doppia se il gioco avven ga di notte. «Et che niuno ardisca stare a vedere i detti giucatori, pena per ciascuno et ciascuna volta, soldi venti».

La rubrica è presente in molti statuti delle comunità soggette a Firenze: era utile per prevenire rancori fra le famiglie, risse, bestemmie e turpiloquio, almeno in apparenza. La repubblica fiorentina proibiva infatti il gioco, a eccezione della tavola reale, durante tutto l’anno, ma a Monterappoli, in maggio, quando i coloni si riunivano per fare festa alla bella stagione ormai incipiente, si permetteva che ciascuno potesse «giucare a giuoco di zara senza pena ciascuno anno al dì di calende di magio nella logia dello comune overo ne’ luoghi publici del castello». Infine, anche a Monterappoli, gli statutari provarono a proibire il gioco della palla, ma a Firenze, visto che non era d’azzardo gli approvatori cassarono la rubrica relativa, continuando a permetterlo. (p.s.)

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