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Così il Palio ha conquistato Fucecchio

Così il Palio ha conquistato Fucecchio

In pochi anni da piccola manifestazione è diventata il simbolo dell’identità del paese

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FUCECCHIO. Un forte rapporto intergenerazionale, la creazione di luoghi di aggregazione fondamentali chiamati contrade, l’assenza di discriminanti politiche, il carattere pugnace e battagliero della popolazione locale: così il Palio ha conquistato il cuore di tanti fucecchiesi, diventando la prima manifestazione cittadina, andando oltre ogni più rosea aspettativa. Libri e volumi sono stati scritti riguardo a questo fenomeno, analizzandone ogni aspetto, da quello folkloristico a quello più prettamente agonistico. Mai però era stata scritta una tesi di laurea totalmente incentrata sulle motivazioni che stanno dietro a questo straordinario successo: lo ha fatto Marco Sabia, giovane collaboratore del Tirreno, neolaureato in Media e Giornalismo all’università di Firenze con il docente di Scienza della politica professor Carlo Baccetti.

«Per portare a termine questa missione - spiega Sabia - ho deciso di basarmi sulle parole dei contradaioli, nello specifico presidenti e capitani sia in carica che a riposo, aggiungendovi i pensieri degli amministratori locali e di chi il Palio l'ha creato, l’associazione dei donatori di sangue Fratres. Infine il professor Alberto Malvolti di Fucecchio, a mio modo di vedere il più grande conoscitore della storia di Fucecchio, dal Medioevo fino a Indro Montanelli».

La tesi di Sabia si intitola «La costruzione della tradizione. Il Palio delle Contrade nel Comune di Fucecchio». Tradizione perché, a distanza di trentuno anni, il Palio è diventato parte del vissuto collettivo di gran parte della popolazione, soprattutto quella più giovane, nata dagli anni ottanta in poi, la cosiddetta “generazione Palio”. Il Palio, infatti, è nato nel 1981 grazie alla volontà dei Fratres: la manifestazione all’inizio era inquadrata nella cosiddetta “Settimana del donatore”, in cui molti eventi si susseguivano per promuovere appunto la donazione del sangue. La prima edizione andò in scena il 31 maggio 1981 e venne vinta dalla contrada Ferruzza. Da lì, col passare degli anni, la manifestazione prese vita propria, tanto che oggi non esiste più la settimana del donatore, sostituita dalla “Settimana del Palio”. I Fratres allora decisero di affidare la propria creatura all’amministrazione comunale, visto il sempre più ingente impegno che serviva per gestire il Palio. I Fratres, infatti, non erano certo nati per promuovere carriere paliesche. Da quel momento - il 1998 - cambia la gestione ma non l'amore per questa manifestazione, anzi il coinvolgimento popolare crescerà sempre di più.

«La mia ricerca - sottolinea Sabia - parte proprio da qui: dalla volontà di capire perché una semplice corsa di cavalli potesse finire per animare a tal punto la vita di una cittadina di poco più di 23mila abitanti (ogni anno la domenica del Palio nella Buca d’Andrea ci sono sempre almeno diecimila persone)». Ecco i motivi di questo incredibile successo così come sono stati indicati da alcuni dei suoi protagonisti storici.

«La contrada - parola di Gino Colibazzi, ex capitano di Querciola - va vissuta per essere spiegata. I vecchi tengono d'occhio i giovani, i giovani seguono l'esempio dei più vecchi. In poche parole le generazioni riescono a convivere e collaborare e non è poco».

Colibazzi centra il cuore della questione: spiegare cosa è una contrada e cos’è il Palio dall'esterno è praticamente impossibile, perché si finisce per dare soltanto una lettura superficiale e pittoresca, senza in realtà coglierne gli aspetti rilevanti.

«In contrada - a parlare è Tonella Cenci ex presidente di Porta Raimonda - si è ricreata quell’aggregazione tipica del vecchio borgo, dove tutti si conoscono e si controllano. La contrada riesce a dare un senso di appartenenza a tutti, oltre a tenere insieme le generazioni».

Il senso d'appartenenza, quindi, unito al rapporto intergenerazionale, sono due dei punti cardine del successo. Le generazioni, infatti, a dirlo è Simone Baronti attuale vicepresidente di Cappiano, difficilmente riescono a frequentarsi, se non quando sono forzate a farlo, la contrada in questo rappresenta un'eccezione.

«È quasi impossibile spiegare quanto la contrada ti entri dentro - aggiunge l’ex presidente di Botteghe Stefano Alderighi - è qualcosa che va oltre, anche rispetto alla squadra di calcio, finendo per rappresentare una delle prerogative della nostra esistenza. L'appartenenza è radicale, scevra da discriminazioni di tipo politico-religioso». «Si crea una grande famiglia aperta a tutti, l'unico requisito - a dirlo è David Giuggiolini presidente di Massarella - è quello di amare i propri colori. L'affetto e l'amore per la contrada ti fanno dire che il tempo impiegato non è certo tempo perso». «La politica non è fonte di discriminazione - rimarca la presidente di Samo Monica Cespoli - non ti impedisce di identificarti con i valori legati ai tuoi colori». «Se poi frequenti la contrada - dichiara Beppe Bertoncini ex presidente di Porta Bernarda - apprendi la filosofia che permea questa manifestazione». A confermarlo è anche l’ex capitano di Borgonovo Enrico Favilli che pone l'accento sullo spirito competitivo che anima l’intera manifestazione. E poi ci sono Sergio Gasparri governatore di Sant'Andrea e Simone Daddi capitano di Ferruzza, che sottolineano come la contrada sia di fatto un luogo di educazione sociale. «La contrada inoltre può ricoprire anche un ruolo veramente particolare - come sottolinea Meri Parisi vicepresidente di Torre - può essere un po’ la mamma di tutti, ti può far sentire protetto dalla solidarietà da cui si è avvolti, dando un’occhiata agli altri, dal più giovane al più anziano».

Il Palio, insomma, è diventato fondamentale, come dice chiaro e tondo il presidente di San Pierino Giuseppe Radice: «Oggi se a Fucecchio togli il Palio togli tutto».

Ma non ci sono solo i contradaioli a parlare, anche gli amministratori pubblici e gli altri attori coinvolti sono stati fondamentali per la ricerca svolta a livello accademico da Marco Sabia. «La loro - sottolinea lui stesso - è una visione complementare rispetto a quella dei contradaioli e diversamente non poteva essere».

Il primo cittadino Claudio Toni: «La contrada dimostra come la gente voglia stare assieme, come si voglia riscoprire le tradizioni del proprio paese. Attraverso il Palio i fucecchiesi sono tornati a vivere la loro città e ad amarla».

La contrada, come rimarca l’assessore alle politiche sociali Sandro Buggiani, è diventata un nuovo punto d'aggregazione: «Ciò che divide e unisce alla fine appassiona - sostiene l’assessore - si è creata una competizione positiva nata dalla passione. Infine il parallelo allontanamento delle persone dalla politica ha fatto di sicuro la sua parte con il declino di alcuni punti d'aggregazione basati su certe ideologie a favore della novità rappresentata dalla contrada»".

Ma non ci sono soltanto motivi ideologici dietro al fenomeno Palio. C'è anche una fondamentale componente caratteriale, come spiega lo storico Alberto Malvolti: «Il carattere fucecchiese ha favorito questa affermazione - afferma il professore - le divisioni e il campanilismo fanno parte della nostra storia, basti pensare ai nostri Simonetti e Della Volta che non avevano nulla da invidiare alle famiglie dei Cerchi e dei Donati. Il nostro però è un campanilismo settoriale e molto atipico, basato sulle contrapposizioni tra contradaioli». E poi, tra gli effetti benefici, come precisa il presidente nazionale dei Fratres Luigi Cardini, può succedere anche che «le persone diventino molto meno individualiste ed egoiste, che tornino ad amare il proprio paese come mai prima».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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