Perdonò l’aguzzino l’ex deportato acclamato dai ragazzi
Antonio Ceseri, 88 anni, ha incontrato gli studenti del Fermi Molta la commozione dopo il racconto della sua prigionia
EMPOLI. Ricordare la propria esperienza ma non portare rancore, cercare quindi la via del perdono. In queste parole si sono riconosciute due generazioni molto lontane tra loro, quella di Antonio Ceseri, classe 1924, ex deportato nel campo di lavoro di Treuenbrietzen, e quella dei ragazzi del triennio dell’istituto superiore Fermi.
L’incontro, organizzato dalla professoressa Cristina Luccarelli ha affascinato e commosso la platea di giovani, tanto che al termine del racconto di Antonio Ceseri sono stati in molti a rivolgergli domande e a creare intorno a lui un nutrito gruppo che lo ha circondato per molto oltre la fine dell’incontro. Erano presenti le classi III, IV, V D Mercurio, la V A Mercurio ed i rappresentanti degli studenti di tutte le classi quinte. Queste classi hanno partecipato al Treno della Memoria ed avevano passato parte del viaggio in compagnia di Ceseri. «Al ritorno dal viaggio, - ci ha detto la professoressa Cristina Luccarelli - insieme ai ragazzi, abbiamo realizzato un dvd quale testimonianza di ciò che il viaggio aveva lasciato in noi. Lo abbiamo inviato ai testimoni che avevamo conosciuto ed agli organizzatori del viaggio. Il dvd è piaciuto ed il signor Ceseri mi ha contattata e mi ha dato la sua disponibilità a trascorrere una mattina con noi». La storia di Ceseri è infatti una di quelle che non si dimentica facilmente: lui fu infatti uno dei tre superstiti della strage di Treunebritzen. Il fatto, rimasto per molti anni quasi sconosciuto, vide la morte di 127 militari italiani, uccisi dalla Wehrmacht proprio negli ultimi giorni della guerra, il 23 aprile 1945. «Sono riuscito a salvarmi – racconta Ceseri - perché ho fatto finta di essere morto, e quando ci hanno coperto di terra per nascondere quello che avevano fatto sono rimasto immobile per ore ed ore, fino a che non ho sentito più nulla. In questo modo ci siamo salvati in tre».
«Ma come ha fatto a rimanere calmo in quella situazione?» ha chiesto uno degli alunni. «Ero convinto che sarei morto, aspettavo solo che da un momento all’altro una pallottola colpisse anche me». Ceseri ha raccontato anche il rocambolesco ritorno in Italia, avvenuto grazie ai soldati russi che lo hanno assistito, curato e nutrito. Ma l’interesse maggiore dei ragazzi si è concentra sul suo stato d’animo al ritorno, sulla sua capacità di perdonare. «Cosa ne pensa oggi dei tedeschi, e di chi le ha procurato tutto quel dolore?», hanno chiesto. «Questa domanda – risponde Ceseri -mi è stata fatta anche da uno studente a Berlino. Il risentimento per quello che mi è successo non posso dire che non ci sia. Credo però che le colpe dei nonni e dei padri non possano essere passate ai figli, anche se sentire parlare tedesco mi crea ancora qualche fastidio».
Un episodio ha colpito i ragazzi. «Nel momento in cui i russi mi avevano liberato - ha spiegato Ceseri - ritrovai una delle guardie tedesche che più mi aveva maltrattato. Mi si inginocchiò davanti pregandomi di non denunciarla ed io per compassione non lo feci». A questo è seguito un grande applauso dei ragazzi.
Alice Pistolesi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
