Finanza
«Perdonare Matteo? Non spetta a me»
La moglie di uno dei due carabinieri aggrediti al posto di blocco racconta il suo calvario: il marito è in coma irreversibile
CERRETO GUIDI. La Procura della repubblica di Grosseto ha presentato al tribunale la richiesta di proroga della custodia cautelare di Matteo Gorelli, il giovane di Cerreto Guidi che un anno fa – era il giorno di Pasquetta che cadeva il 25 aprile - recandosi ad un rave party vicino a Sovana, nel cuore della provincia maremmana, ad un posto di blocco massacrò a bastonate i due carabinieri Antonio Santarelli e Domenico Marino che avevano fermato lui e i tre ragazzini (minorenni) che viaggiavano sulla sua automobile.
Santarelli da allora è in coma vegetativo irreversibile nella clinica Villa Pini di Chieti, Marino ha subito la perdita di un occhio. Le vittime principali di questo dramma sono loro due, ma quello che è successo la mattina del 25 aprile dell’anno scorso sulla strada per Sorano ha segnato per sempre molte altre vite: a cominciare da quella di Claudia Francardi, moglie del carabiniere che da quella mattina non si è più svegliato.
L’abbiamo incontrata, e con lei abbiamo parlato a lungo, di molte cose. A partire dalla fede che, in casi come questi, è una stampella alla quale appoggiarsi.
Claudia, dai pensieri della speranza e della fede alla razionale presa di coscienza; come si conciliano questi aspetti?
«La fede e la speranza non mi hanno mai abbandonata: prima consistevano in una richiesta di guarigione e di miracolo per Antonio; io, nonostante tutto, mi immaginavo una vita con lui, magari su una sedia a rotelle, ma lo pensavo cosciente, consapevole. Coltivavo l’idea di essere una coppia che, pur nella gravità della situazione, testimoniasse qualcosa agli altri. Nei primi mesi non volevo e non ero pronta all’effettiva realtà: non volevo né sentire, né ascoltare nessuno, poi in un pomeriggio di giugno un amico mi ha quasi costretto a parlare con i medici e lì ho preso coscienza di ciò che significa coma vegetativo irreversibile. Lo shock è stato terribile, è iniziato un periodo di profonda depressione, la voglia del buio, di morire; la carica che avevo avuto fino ad allora si è esaurita. Non avevo più nemmeno la forza di pregare; a volte, in certi momenti, lo ritenevo quasi inutile: gridavo a Dio che rivolevo la mia vita. Capisco adesso che Dio non mi ha mai abbandonato. Di particolare conforto mi è stata la preghiera dell’abbandono: “Dio pensaci tu”. E così ho smesso di chiedere il miracolo, confidando che Dio sceglie sempre, nel mistero della sofferenza, il meglio per noi; è subentrata la ragione, anche se è stata la fede a darle un senso. In quanto alla speranza, la concepisco nel vivere gli attimi del presente, senza però finalizzarla a questa dimensione ma andando oltre: intendo dire la vita dopo la morte. Su questa terra abbiamo soltanto delle tende, la dimora è oltre».
«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Come vivi il passo di questa preghiera?
«So che vi riferite a Matteo. Io non nutro rancore per lui ed ho la certezza che Dio lo perdonerà, anzi sono convinta che Dio, se dovesse scegliere, sarebbe più vicino a Matteo che ad Antonio. Tuttavia è giusto che Matteo debba espiare nel senso cristiano del termine per quello che ha commesso, soprattutto per un suo processo di maturazione ed evoluzione personale. Io non sono nessuno per perdonare o meno, siamo tutti peccatori. Sono in buoni rapporti con la famiglia del ragazzo, ci sentiamo spesso e sono vicina alla loro sofferenza».
Tu vai spesso a trovare Antonio. Cosa provi?
«Io provo amore, tenerezza, rispetto per un corpo che contiene la sua anima meravigliosa. Ma m’interrogo continuamente se questa vita abbia un senso. Chi mi conosce sa bene che non sono a favore dell’eutanasia e quello che dico non deve essere frainteso nella maniera più assoluta. Credo però che debbano essere fatti dei distinguo da parte di coloro che vivono queste drammatiche esperienze. Come possono parlare, su che basi esprimono i loro giudizi, quelle persone che non toccano con mano situazioni di questo tipo? Che senso ha volere tenere ancora imprigionata nella materia quest’anima? In certi casi è umano aiutare una persona a ritornare al Padre. Antonio, ora, è come un angelo addormentato».
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