Sicurezza
Il tesoro dei Cadolingi un mistero vecchio di secoli
La leggenda nata dopo la morte di Ugolino, ultimo conte, avvenuta nel 1113
FUCECCHIO. Tempo fa, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, circolava a Fucecchio il mito della tomba dei Cadolingi, anzi del tesoro che sarebbe stato sepolto insieme all’ultimo dei conti, Ugolino, morto, come si sa, nel febbraio del 1113, forse in seguito alle ferite subite durante il combattimento contro i Fiorentini presso il castello di Montecascioli (nelle vicinanze di Signa). Per quanto si debba guardare a questo tema con il dovuto scetticismo, il mito può essere oggi riconsiderato alla luce di alcuni documenti del tempo, sgombrando il campo da suggestioni favolose, ma allo stesso tempo sottolineando alcuni dati certi che pongono problemi di non facile soluzione.
Originari di Pistoia, dove avevano acquisito il titolo comitale agli inizi del X secolo, i discendenti di Cadolo trovarono poi nella valle dell’Arno il centro dei propri interessi, fondandovi castelli, chiese e monasteri. A Fucecchio, in particolare, individuarono un luogo di particolare importanza strategica, all’incrocio di vie d’acqua (l’Arno e l’Usciana) e di terra (la Via Francigena) erigendovi il castello di Salamarzana e il monastero di San Salvatore. Alla fine dell’XI secolo avevano costituito una vasta, anche se disorganica, signoria, che comprendeva una trentina di castelli, quattro importanti monasteri e numerose proprietà fondiarie. Nonostante queste ricchezze, i conti si trovarono spesso a corto di liquidità e ricorsero ai prestiti concessi dai propri monasteri, che funzionavano come una sorta di banche di famiglia.
Circa un anno dopo la morte di Ugolino, con il quale si estinse la dinastia, i suoi più stretti collaboratori si ritrovarono nel chiostro dell’abbazia di San Salvatore di Fucecchio per saldare un grosso debito acceso in seguito alla morte del conte: come essi stessi dichiararono, infatti, era stato necessario chiedere al monastero fucecchiese di farsi carico di un consistente debito per rastrellare i denari necessari a dargli una dignitosa sepoltura. La somma allora raccolta, pari a 1300 soldi presi “ad usura”, come specifica il documento, e utilizzata “per la sepoltura del conte Ugolino” era pari a 65 lire: una somma davvero consistente, se si considerano i prezzi del tempo. Per avere qualche punto di riferimento, si pensi che il prezzo medio di tutte le vendite di immobili effettuate nell’area fiorentina in quegli anni (tra il 1101 e il 1125) era di tre lire. A cifre tanto elevate si arrivava soltanto quando erano in gioco proprietà strategiche, come castelli, corti con diritti di signoria, insomma beni che avevano anche una rilevanza politica. Si pensi, ad esempio, che la metà del poggio e della corte di Fucecchio, con annesse case, poderi, terreni coltivati e diritti di pesca nell’Arno era stata ceduta per 100 lire e che per il doppio di questa somma erano stati poi venduti la metà dei castelli e delle corti di Fucecchio, Catignano, Montecascioli, Pescia e altri castelli (non indicati) situati sull’Appennino.
Dunque le 65 lire impiegate per la sepoltura dell’ultimo cadolingio dovevano essere servite non solo per celebrare degnamente le esequie dell’ultimo conte, ma anche per realizzare un manufatto importante e costoso. Ma quale? Tra le diverse possibilità, tenendo presenti gli usi funebri del tempo, si potrebbe pensare a una grande lastra tombale scolpita e arricchita da un’iscrizione. Ne abbiamo un esempio in quella conservata presso la Badia a Settimo, altra fondazione monastica cadolingia, nella quale si leggono le dediche a due contesse della famiglia, rispettivamente Gasdia, moglie di Guglielmo Bulgaro e Cilia (o Cecilia), sua nuora, madre di Ugolino: …“Corpus terra voret sed spiritus ibit ad astra” (la terra consumerà il corpo, ma lo spirito salirà alle stelle), come recita, tra l’altro, l’iscrizione dedicata a Gasdia. In ogni caso la spesa per la tomba di Ugolino autorizza a pensare a un manufatto di grande pregio, forse realizzato da maestranze di chiara fama.
Ma dove poteva essere situata la sepoltura? Intanto una certezza: Ugolino, anche se aveva partecipato alla battaglia di Montecascioli, era certamente morto nell’ospedale di Rosaia, presso Fucecchio, dove aveva dettato il suo testamento. L’ospedale – luogo di accoglienza per poveri e pellegrini, più che a servizio degli ammalati – era stato fondato dal nonno di Ugolino, conte Guglielmo Bulgaro, e si trovava nell’attuale zona degli ex Seccatoi, sulla “pubblica strada”, probabilmente la Via Francigena. Sulla scorta di un antico processionale che prescrive il ricordo dei conti Cadolingi durante la benedizione che ancora oggi i sacerdoti fanno il due novembre di ogni anno, si è pensato che la tomba fosse situata davanti la porta laterale della Collegiata, dove il sacerdote, il due novembre di ogni anno, elenca i nomi dei defunti della casata comitale. Ma, a parte il fatto che l’antica pieve era assai più piccola dell’attuale Collegiata e che quindi la sua porta laterale non coincideva certamente con quella di oggi, il processionale non parla di una tomba, bensì dell’obbligo di fare memoria e preghiera per le anime dei conti defunti e, inoltre, il documento, il cui originale è andato perduto, è una trascrizione tarda del canonico Giulio Taviani (XVIII secolo), che lascia adito a qualche sospetto sull’autenticità del contenuto.
Piuttosto, secondo gli usi del tempo, la tomba di famiglia avrebbe dovuto trovarsi nel chiostro di San Salvatore o nell’adiacente chiesa, dove in seguito ebbero il privilegio di farsi seppellire tutti i membri delle famiglie nobili fucecchiesi. Quello era infatti il monastero di famiglia, nato come chiesa “propria” dei conti Cadolo e Lotario, fondatori delle fortune di quella discendenza. E poiché la chiesa e il monastero furono profondamente ristrutturati nei secoli successivi, a partire già dall’ultimo quarto del XII secolo, quando l’abbazia risulta “riedificata”, è probabile che il “tesoro”, ossia il monumento funebre di Ugolino, sia andato perduto o sia rimasto occultato tra i resti della costruzione più antica.
Certo, in un’epoca in cui i materiali preziosi – come il marmo – venivano riutilizzati, e non distrutti, è davvero strano che dell’eventuale lastra tombale si siano perdute completamente le tracce. A meno che essa non sia incorsa in quella sorta di damnatio memoriae che sembra abbia coinvolto tutta la dinastia cadolingia dopo la morte dell’ultimo conte. Fatto sta che le fonti fucecchiesi – come quelle di altri luoghi già interessati dalla potente famiglia - tacciono sui conti Cadolingi almeno fino al XVII e XVIII secolo, quando alcuni eruditi ecclesiastici, come – per quanto riguarda Fucecchio - il pievano Tondoli o il canonico Taviani, cominciarono a rivalutarne il ricordo e a esaltarne il ruolo fondamentale per gli inizi della storia locale. Restano dunque aperti molti interrogativi su un “tesoro” che forse è esistito davvero, ma non nella forma in cui viene popolarmente immaginato, bensì in quella di un importante monumento funebre andato purtroppo disperso.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
