Sicurezza
Quando il Ferrucci difese il castello dall’attacco imperiale
Il fascismo volle farne un condottiero senza macchia Gli avversari lo definivano borioso, crudele e sanguinario
EMPOLI. C'era anche Alessandro Pavolini, oltre a un palcoscenico di altre affermate personalità del mondo politico, della cultura e dell'arte militare, nel gremito salone dei Dugento in Palazzo Vecchio, a Firenze, in quel marzo del 1930 ad assistere alla conferenza "Il Ferruccio da Empoli a Gavinana"; in occasione delle rievocazioni per il quarto centenario della morte del condottiero della Repubblica fiorentina. Fu Aldo Valori, presentando i risultati dei suoi studi sul Ferrucci, a tratteggiare la figura del commissario che aveva permesso a Firenze, secondo tale lettura, di riaffermare la propria indipendenza di fronte all'imperatore e di respingere le ingerenze papali in politica interna. Un po' come dire che l'assedio di Firenze fu sia resistenza del guelfismo che rinascita ghibellina. Non era quello il momento di contrapposizioni, e, cosa da non trascurare, erano da poco stati firmati i patti lateranensi, con le masse cattoliche finalmente accondiscendenti nei confronti del Duce.
«Difendendo la loro piccola Repubblica, così grande nel campo dello spirito, i fiorentini fecero opera di italianità e affermarono alcune fra le più alte ragioni del vivere italiano». Questa fu la sintesi che permise di collocare l'assedio di Firenze fra le glorie italiche. Il Ferrucci fu dunque collocato nel pantheon dei più alti ingegni militari di tutti i tempi e l'anello di congiunzione con le gesta ferrucciane e repubblicane, rinverdite dopo tre secoli dal Risorgimento, poi dalla Grande Guerra e, infine, a pieno titolo e per sempre, dal fascismo: non poteva che essere il duce. L'eroe di Gavinana, emblema della rivendicazione delle libertà cittadine contro ogni oppressore, era stato il precursore del capo del fascismo, ormai unico erede del processo di unificazione nazionale. Era stato lo stesso Lando Ferretti, capo dell'ufficio stampa di Mussolini, nonché presidente del comitato per le onoranze a Ferrucci ad aprire le celebrazioni «dell'unico che abbia avuto la visione divina dell'Italia d'oggi e che abbia nutrito nel cuore generoso una passione patriottica che lo avvicina intimamente alla nostra anima di italiani e di fascisti: Francesco Ferrucci».
Quale il legame con Empoli? Ferrucci arriva in città il 14 ottobre del 1529 e si affretta a preparare il castello per la difesa. Oltre a far demolire tutte le abitazioni fuori dalle mura, comincia il consolidamento della cerchia muraria e ispeziona le artiglierie. «Trovoci artiglieria a bastanza - afferma in una lettera - ho procurato la munizione; che ci è. Parmici, mancamento di libbre 400 di polvere. Se mi danno tempo otto giorni che io possa buttare e' borgi a terra, e fare cierti ripari drento che sono necessari, io farò vedere a Vostre signorie qual sia la gagliardia di Empoli». Il 12 novembre, le distruzioni extra moenia erano completate. Contemporaneamente, Ferrucci s'affretta a reperire scorte alimentari in quantità da poter far reggere un assedio prolungato per molti mesi perché «le guerre si perdono o si vincono per le vettovaglie», non esitando a prelevare i rivestimenti marmorei delle chiese, anche della collegiata, al fine di farne proiettili da artiglieria. Il Ferrucci rimarrà a Empoli fino al 25 aprile del 1530, giorno in cui partirà per Volterra, espugnata il giorno seguente. Sappiamo come andrà a finire, in quel fatidico 29 maggio del 1530, con le truppe filomedicee che entrano in Empoli e mettono a sacco la città, con il tradimento del Giugni, successore del Ferrucci in qualità di commissario militare della Repubblica, e dell'Orlandini. Nell'agosto di quell'anno il valoroso condottiero morì, ucciso dal Maramaldo a Gavinana, mentre si dirigeva verso la città gigliata per rompere l'accerchiamento. Dieci giorni dopo anche Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro dei Medici. «Alto e di pelo nero, aria burbera e spaventata; uomo levato ad alterarsi, bestiale, bestemmiatore, crudelissimo, volenteroso, animoso e senza ragione; uomo (che) di suo parere presumeva assai di sé, aveva caro di essere lodato; cupido di sormontare, faceva ammazzare, e di sua mano, gli uomini per nonnulla». A definire così Ferrucci era uno dei suoi principali detrattori, militante del partito mediceo, il Baldovinetti.
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