Gioco
Hanno mollato tutto per andare a vivere due anni in Africa
Storia di Emanuele e Barbara appena tornati dal Camerun dove hanno partecipato a un progetto di volontariato
EMPOLI. «Fare del volontariato non vuol dire aiutare gli altri, ma, a differenza di quello che pensa la gente, significa lavorare con gli altri. Ecco perché siamo stati due anni in Africa: per metterci in discussione e confrontarci con un'altra cultura, un altro stile di vita». Così Emanuele Stefanelli, 39 anni, spiega la scelta fatta alla fine nel 2009 insieme alla moglie Barbara Ammannati, 35 anni, di partire per Garoua, città nel Nord del Camerun, da dove sono tornati solo lo scorso dicembre. «È' stata un'esperienza che sentivamo di fare - sottolinea - ma non vogliamo passare come gli eroi che aiutano i più deboli».
La storia di Emanuele e Barbara è di quelle che merita di essere raccontate. Per vivere due anni nel continente nero, lui si è preso una pausa dall'azienda dove lavorava, lei si è licenziata invece dal posto di impiegata in una ditta. Attraverso il Coe - Centro orientamento educativo, una Ong di Milano che da anni sostiene progetti di volontariato internazionale - sono partiti per il Camerun e la città di Garoua. Grazie alle competenze lavorative acquisite in Italia, la coppia ha coordinato per due anni le 90 persone impegnate nelle strutture dell'associazione. «A Garoua il Coe ne ha quattro - spiega Barbara - un ospedale, un centro di formazione agricolo pastorale, uno di accoglienza per i ragazzi di strada e un centro ricreativo culturale. Io e Emanuele eravamo i riferimenti per l'organizzazione in città e coordinavamo il personale così come le strutture».
Barbara, un passato da ragioniera, ha curato tutta la parte amministrativa degli edifici del Coe. Emanuele, socio in Italia in una società di servizi tecnici di consulenza e progettazione di Empoli, ha seguito in prima persona la realizzazione di un progetto agricolo per la popolazione. «È una delle tante cose che ho fatto - spiega Emanuele - con quello che abbiamo imparato in Italia abbiamo cercato di dare una mano, anche se tante capacità le abbiamo acquisite in loco, imparando a gestire situazioni diverse, ambientali così come territoriali».
Barbara ed Emanuele hanno raggiunto il Camerun dopo alcune esperienze già fatte in Africa. «Avevamo già visitato il paese altre volte per brevi periodi - racconta Barbara - rimanendone sempre affascinati. Così nel 2009 abbiamo deciso di fare un'esperienza più lunga, di vita e di confronto. Ci siamo riusciti attraverso il personale del Coe che ci ha indirizzato verso il Camerun e Garoua».
In Africa la coppia empolese ha vissuto per due anni in una casa con due camerunensi, imparando a vivere la realtà locale. «Sicuramente lavorare in Africa non è come andarci in vacanza - spiega Emanuele - impari a vivere nel tessuto sociale e a conoscerne le particolarità e le differenze rispetto al tuo paese. Anche se non bastano due anni per scoprirle tutte. La società africana, per esempio, è molto tradizionalista e insiste sul fato e sulle credenze, che incidono sulla vita quotidiana in maniera incredibile».
Emanuele e Barbara ci parlano di un Camerun con molte difficoltà. «Mancano i farmaci per curarsi e quelli che ci sono costano, pochissimi sono i mezzi di trasporto è c'è anche un problema ambientale non indifferente. Durante l'anno la pioggia cade solo per quattro mesi, poi ci sono otto mesi di siccità estrema, con temperature che sfiorano i 50 gradi. Insomma, non è sempre facile trovare dalla terra quello di cui c'è bisogno per vivere».
Anche se la piaga maggiore del Camerun restano i medicinali. «Se non hai soldi è difficile curarti - spiegano - nella nostra esperienza ricordiamo un episodio particolare. Trovammo una bambina nella savana quasi morente, la portammo di corsa con la nostra jeep all'ospedale di Garoua pagandole le cure, altrimenti la famiglia non l'avrebbe mai salvata».
Tornati in Italia, Emanuele ha ripreso il suo lavoro mentre Barbara ne sta cercando uno nuovo. «Non sappiamo ancora se torneremo in Africa - concludono - sicuramente è stata un'esperienza che ci ha insegnato molto. Soprattutto che il bello della vita è dato spesso dalle cose semplici».
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