Il Tirreno

Empoli

Il tradimento di Cappiano sostenuto da Castruccio

di Alberto Malvolti
Il tradimento di Cappiano sostenuto da Castruccio

Congiura scoperta per il doppio gioco di un certo Perino pagato con 50 lire

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FUCECCHIO

Nelle cronache medievali abbondano le narrazioni di castelli conquistati, più che in seguito a veri e propri assedi, grazie all’iniziativa di “traditori” complici del nemico. Più difficile è invece imbattersi in processi che raccontano singoli episodi attraverso la voce dei protagonisti. Assume quindi particolare importanza un processo celebrato nella primavera del 1317, a Fucecchio, davanti al podestà Gentile dei Buondelmonti, contro alcuni uomini che avevano cercato di impadronirsi del castello di Cappiano, sottraendolo alla parte guelfa.

Il contesto storico è rappresentato dalla guerra tra le forze ghibelline, allora capeggiate da Castruccio Castracani, signore di Lucca, e i guelfi fiorentini che avevano in Fucecchio il principale presidio valdarnese. Il processo si articola in tre distinti momenti che vedono come rei confessi undici personaggi catturati e condotti davanti al podestà.

Il 27 marzo compaiono davanti al tribunale tre fucecchiesi, Salvuccio di Campanaio detto Cervellino, Farello di Simone e Lemmo di Giunta; il giorno dopo sono inquisiti Vaccuccio di Puccio, detto Cagnone, Cola di Ser Arrigo, detto Paltilla, Vannuccio di Berto detto Malnaso e Nerio di Netto detto Maggiatico, tutti di Fucecchio, insieme ai santacrocesi Taldo di Guicciardo, Puccino di Monte e Dinarello di Mugnanese. Infine il 29 marzo viene condotto davanti al podestà il santacrocese Cheruolo di Balduccio.

Le confessioni, ricche di particolari, contengono l’ammissione di accuse che, anche prese singolarmente, sarebbero state sufficienti a condurre gli imputati sulla forca. E’ dunque molto probabile che la loquacità degli inquisiti sia stata propiziata dal ricorso alla tortura, che in quegli anni risulta praticata a Fucecchio, come è dimostrato dalla realizzazione di tavole per “strascicare” gli uomini e dal riferimento ad alcuni accusati messi “ai tormenti”.

Non possiamo seguire, per motivi di spazio, le singole confessioni, che tuttavia, opportunamente incrociate, ci consentono di ricostruire i fatti almeno nei dettagli più interessanti. A quanto sembra il piano era stato concepito inizialmente da Toldo di Guicciardo da Santa Croce che si era accordato con suo cognato Perino da Cappiano e con Bertellino di Rainone dimorante alla Cappianese (località situata tra Fucecchio e Cappiano). Si capisce però che i tre, che fanno i nomi di altri complici evidentemente sfuggiti alla cattura, erano al centro di una più ampia rete di relazioni tessuta nel corso dei due mesi precedenti. I tre infatti si erano incontrati, insieme ad altri, e più volte, a Montecalvoli, a Pisa, a Altopascio e a Lucca. Separatamente Toldo si era incontrato anche con Lemmo e Cheruolo presso l’ospedaletto di Cerbaia, sulla Via Francigena, subito a Sud di Galleno e con Salvuccio di Campanaio in una capanna, presso Montecalvoli.

Essenziale appare il ruolo di altri non meglio identificati “fuoriusciti valdarnesi”, chiamati in causa nella confessione di Cheruolo. Anche se non ne restano i nomi, risulta evidente a chi si riferisse l’inquisito: si trattava dei numerosi ghibellini o sospetti tali che erano stati costretti al confino – molti erano fucecchiesi che vivevano a Lucca - perché la loro presenza era ritenuta pericolosa per la sicurezza dei castelli guelfi. Erano diverse centinaia di uomini (ma anche donne), che, allontanati dalle proprie case e spesso espropriati dei loro beni, costituivano una comunità inquieta, pronta a vendicarsi e a tentare qualsiasi impresa pur di poter tornare in patria.

Secondo Cheruolo, dunque, erano stati Paltilla, Malnaso e Cagnone con i loro “seguaci fuoriusciti” a imbastire il piano. A Perino erano stati promessi (e in parte consegnati in anticipo) quattrocento fiorini d’oro, una discreta somma per quegli anni; il cappianese, a sua volta, avrebbe dovuto consegnare, a garanzia delle sue promesse, il proprio figlio in ostaggio, come ammisero tutti gli inquisiti.

Il 26 marzo, ossia il giorno precedente al primo processo, Toldo era a Lucca dove si incontrò con Farello e Lemmo per poi proseguire verso Altopascio e Galleno, dove era previsto l’incontro con gli altri congiurati.

La prima parte del piano prevedeva l’invio di un’avanguardia che avrebbe dovuto esplorare i luoghi intorno a Cappiano per valutare l’effettiva possibilità di agire subito con sorpresa. Altri si sarebbero incontrati con Perino che avrebbe dovuto consegnare il proprio figlio in ostaggio.

Al momento opportuno, avuto il segnale che le sentinelle erano state neutralizzate, Cagnone avrebbe guidato la “cavalcata” per prendere il castello. Il gruppo, dopo la riunione a Galleno, percorse la Via Francigena verso Cappiano, portando con sé l’attrezzatura necessaria a portare a compimento l’impresa: alcune bandiere destinate a essere levate sulle mura del castello, per segnalare il momento opportuno per l’attacco, e soprattutto un’ampolla contenente l’oppio per “alloppiare” (così nel documento) le sentinelle di guardia.

Tutto era dunque pronto, quando i ribelli incontrarono una pattuglia di famuli – termine con il quale erano designate le guardie armate – che li arrestarono. Colti in flagrante e condotti a Fucecchio, furono processati il giorno successivo.

Il colpo di scena viene però da un altro documento che ci aiuta a comprendere l’accaduto: una delibera del Consiglio del Comune di Fucecchio del 29 marzo con la quale furono liquidate cinquanta lire a Perino da Cappiano che aveva rivelato la congiura. Dunque l’uomo chiave del tradimento aveva fatto il doppio gioco portando alla rovina i ribelli.

L’interrogatorio rivelò anche altri dettagli. Alcuni dei “traditori” avevano partecipato a precedenti tentativi di consegnare al nemico sia Cappiano che Fucecchio, altri avvenimenti che vengono rievocati con ricchezza di particolari e sui quali si proiettava l’ombra di Castruccio: era o no tra i responsabili di quelle azioni?

A quanto sembra il signore di Lucca era all’oscuro del precedente assalto a Cappiano, mentre nel caso più recente ne era al corrente, ma non aveva partecipato direttamente al progetto, né aveva intenzione di sostenerlo con propri armati. Evidentemente Castruccio non si fidava dell’armata raccogliticcia guidata da Toldo e da Cagnone. E i suoi dubbi risultarono fondati.

Per gli undici catturati e processati non ci fu scampo e la sentenza di condanna a morte era già scritta: “… affinché la loro sorte sia d’esempio per altri siano condotti al luogo di giustizia legati alla coda di un asino e siano impiccati e i loro beni confiscati”. Una condanna esemplare che però non evitò ai castelli guelfi del Valdarno successivi tentativi di tradimento, almeno fino 1328, quando, con la morte di Castruccio Castracani, si attenuò la minaccia ghibellina in questa zona.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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