Il Tirreno

Empoli

Quando Lina Bonistalli donò la vista a un cieco grazie alle sue cornee

di Luciano Gianfranceschi
Quando Lina Bonistalli donò la vista a un cieco grazie alle sue cornee

La donna di San Pierino affidò la sua volontà a don Campigli quando i trapianti di organi sembravano fantascienza

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FUCECCHIO

«Desidero lasciare i miei occhi per il bene di un cieco». Quando i trapianti di organi sembravano essere fantascienza, a metà degli anni Sessanta, una giovane donna di San Pierino – Lina Bonistalli, 38 anni – fece testamento spirituale all'Ospedale San Pietro Igneo, il 30 giugno 1967, consegnando le ultime volontà del generoso gesto, a don Guido Campigli, priore nella frazione di là d'Arno. Sapeva di essere condannata per un tumore allo stomaco, di avere pochi mesi di vita. E il 19 agosto, il suo desiderio si esaudì. Ma per il buon esito, bisognò aspettare altri mesi, fino a metà ottobre. Quando il priore chiamò un giovane cronista di questo giornale, che allora aveva per testata "Il Telegrafo", e gli raccontò l'accaduto. Con parole toccanti, eppure soddisfatto perché «un giovane di 16 anni, Enrico Triossi, a Ravenna, ha riacquistato la vista. Che aveva perduto per una grave forma di cheratite recidiva». Appena il priore aveva avuto tra le mani le ultime volontà di Lina Bonistalli, si era dato da fare: avvertendo il cardiologo dell'ospedale fucecchiese, dottor Claudio Gagliardi, che era stato tra i fondatori dell'associazione Fratres donatori di sangue a Fucecchio. Il quale a sua volta si era messo in contatto con l'oculista Giovanni Bertoncini, figlio di Bettordino (Francesco Bertoncini, medico di famiglia che com'era consuetudine sapeva far di tutto, anche l'estrazione dei denti).

Bertoncini oculista a sua volta aveva allertato alla Clinica oculistica di Firenze il professor Focosi. Insieme avevano individuato il ragazzo sedicenne, che sventuratamente aveva perso la vista; preventivando che non sarebbe stato un intervento facile, anzi avrebbe potuto non riuscire a causa della grave malattia che aveva minato la vista.

Allorché il decesso di Lina Bonistalli ebbe luogo, avendole il tumore perforato lo stomaco, il dottor Gagliardi (così raccontò il priore, ora la procedura è un po' diversa) provvide ad accertare mediante elettrocardiogramma la morte scientificamente clinica, dopodiché autorizzò il prelievo delle cornee e il trapianto successivo.

Meno di cinque ore dopo, alle 8,30 del mattino, avvenne l'intervento che tra espianto e trapianto durò tre ore. L'eccezionale intervento, clinicamente riuscitissimo, tenne però per qualche mese in apprensione. Finché Triossi non fu sfasciato, e dopo iniziali periodi di luci e ombre, il paziente andò progressivamente migliorando. Poi alla visita di controllo alla clinica oculistica il prof. Focosi e il prof. Bertoncini sciolsero ogni riserva e annunciando che grazie al generoso gesto della donna, Enrico Triossi era tornato a vedere di nuovo. E il priore suonò le campane a festa, anche se era un giorno feriale.

Chi era Lina Bonistalli? Una donna che ora avrebbe 83 anni. Era nata a San Pierino, da una modesta famiglia di pescatori. Fin da piccola – parole del priore don Guido – dimostrò intelligenza, bontà e senso religioso. Da adulta s'iscrisse all'Azione Cattolica. Perseguitata dalla malasorte, subì con rassegnazione cristiana la perdita quasi consecutiva del nonno e del padre, seguita alcuni anni dopo dalla scomparsa della nonna e della madre. Rimase sola, e allora andò ad abitare con lei il cugino Silvano Piampiani con la moglie Lina Campinoti.

Dedita a opere di bene, settimanalmente visitava l'ospedale, le case di riposo, l'orfanotrofio, offrendo il conforto, e anche qualcosa dei suoi piccoli guadagni derivanti dal lavoro. Ma volle donare anche qualcosa di sé, le cornee per ridare la vista a un cieco.

Infatti, nel dicembre dell'anno prima, presa da tristi presagi, aveva confessato a don Guido di sentire imminente la fine, e di voler redigere il testamento. Dopo poco il male manifestò i primi sintomi. Fu ricoverata all'ospedale di Fucecchio per accertamenti - all'epoca il San Pietro Igneo aveva tutti i reparti – primario era il professor Piero Tuci – e il responso non dette alcuna speranza: pochi mesi di vita, e così fu. Infine, quando il priore telefonò al beneficiato dopo lo straordinario dono, si sentì dire da Triossi: «Non vedo l'ora di venire al cimitero di San Pierino, per portare un mazzo di fiori sulla tomba di Lina. Grazie a lei il mio futuro è tornato luminoso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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