Il Tirreno

Empoli

NEL 1816

L’epidemia di tifo arrivò con la carestia

Un certo Pietro Vaccini fu accusato d'averlo portato dalla Maremma

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FUCECCHIO

Arrivò con la stagione fredda, quando la gente era portata a lavarsi di meno, in specie nei quartieri popolari. Arrivò con la carestia. Gli storici riferiscono di primi focolai in Maremma, nel 1815, poi più su, nel corso del 1816. A Fucecchio, di tifo petecchiale, si cominciò a parlare alla fine di quell’anno. Vomito, respiro difficoltoso, tosse secca, diarree, petecchie nere, delirio. Si puntò il dito, accusandolo d’averlo portato, contro un certo Pietro Vaccini, forse barrocciaio, perché proveniente dalla Maremma e perché si era saputo che a Siena gli era stato impedito di fermarsi, spaventati tutti da un possibile contagio. Ma le autorità locali erano d’altro avviso. Pensavano, piuttosto, che fossero stati in molti a portare il morbo, dal momento che Fucecchio era un crocevia. La situazione divenne così grave che il medico condotto Gaspare Perodi aveva poco tempo per riposarsi. A ciò andava aggiunto il fatto, non certo secondario, che non conosceva cure efficaci. Andava per tentativi. A un certo punto, si rivolse alle autorità per chiedere un aiuto. Non era possibile mantenere i contagiati nelle loro abitazioni, quasi sempre umide, sporche e sovraffollate. Per questo, avanzò la richiesta di ambienti dove ricoverarli. La risposta affermativa gli arrivò il 2 marzo 1817. Gli venivano concesse una stanza e alcune celle del convento dei frati francescani, i qual per di più, erano disposti ad aiutarlo. Ma ben presto anche quella soluzione si rivelò insufficiente. E allora ci si mise alla ricerca di nuovi locali. Però l’epidemia non aspettò. I morti furono decine. (r.c.)

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