Il dolore
QUEI GIUDICI OFFENDONO LE DONNE
di ROSSANA MORI Quindi è così, per la Cassazione nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può...
di ROSSANA MORI
Quindi è così, per la Cassazione nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. La Corte di Cassazione lo ha stabilito dando un' interprestazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010, proprio in una sentenza relativa ad un gruppo di violentatori che nel 2006 stuprarono una dodicenne. Questi individui già all’epoca dei fatti avevano avuto ampie manifestazioni di solidarietà cittadina e dalle loro famiglie. La vittima dello stupro no, lei aveva avuto le “solite” voci a sua difesa, quella delle donne che da sempre lottano contro questo tipo di ingiustizie, per cui, niente di speciale, nessuna “alta autorità” era intervenuta.
Ma la vittima di uno stupro ha bisogno di giustizia; una giustizia che ancora oggi, spesso, è negata. Quando una donna trova il coraggio di reagire e cerca giustizia nei luoghi in cui questa deve essere fatta, nella maggior parte dei casi ottiene una sentenza che rispecchia la cultura arretrata del nostro paese e la inadeguatezza di leggi che non hanno mai messo al centro dell’interesse collettivo la salvezza delle donne.
Le nostre leggi ancor oggi sono lo specchio di un’ideologia di fondo, ovvero che i crimini commessi dagli uomini sulle donne, solo perché donne, siano reati di scarsa pericolosità sociale, quando addirittura non vengono considerati “omicidi passionali”, o peggio “affari di famiglia”.
Noi donne vorremmo che fosse riconosciuto, anche con una sentenza, che la violenza subita è inammissibile; vorremmo poter confidare nel fatto che coloro che giustificano "i bravi ragazzi che hanno sbagliato perché provocati", saranno considerati dalla pubblica opinione e dalla Giustizia come complici di stupratori. Far tornare i colpevoli a scontare una pena nelle famiglie che li hanno giustificati, equivale a far tornare un giovane manovale della mafia nell’ambiente socio-familiare che ha coltivato il suo delinquere.
I giudici non possono far finta di non sapere che quei violentatori hanno quasi ucciso una bambina, e non possono non sapere che tanti assassini che vanno a scontare pene alternative in strutture incompetenti adibite a strutture rieducative, sono tornati a uccidere in corso di pena. Sono poche le voci che si alzeranno indignate contro questa decisione della Cassazione, le donne elette in parlamento sono poche, la voce del movimento femminile è un fiume carsico che viene fuori a periodi alterni. Ma un fatto è incontrovertibile, salvare dalla violenza sessuata le donne e i loro figli non è affare di Stato.
Ma nonostante questi dati sconcertanti, il movimento delle donne non deve sentirsi sconfitto per ciò che accade nei tribunali, ma deve continuare a lavorare perché le donne possano vedere affermati i loro diritti. Non siamo femministe, siamo donne, punto.
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