Lutto
Quando stornellatori e poeti incantavano Fucecchio
Tra i più noti c’era Pallette che narrava in versi fatti e misfatti del paese
di Riccardo Cardellicchio
FUCECCHIO
Oggi, che sta rinascendo il racconto orale, la memoria rispolvera i cantastorie, gli stornellatori, i poeti estemporanei.
Gente che portava la cultura popolare anche nei luoghi più sperduti. Mercati, fiere e feste del patrono li vedevano protagonisti. Dice, l’esperto che, i cantastorie, possono essere considerati i giornalisti più antichi. «Il loro girovagare di continuo fra paesi piccoli e grandi, fra nazioni e continenti, ne ha fatto dei corrieri tra i più vivaci e dei diffusori di notizie tra i più efficaci in una società in cui imperava l’analfabetismo ed era favorito l’oscurantismo. Con il solo aiuto della chitarra o fisarmonica e tamburo, unitamente a cartelloni da loro disegnati, essi sono stati preziosi e coloriti veicoli di comunicazione tra le genti e per molto tempo hanno sostituito i giornali, la radio, la televisione quando ancora non esistevano».
A Fucecchio, sostavano in piazza Montanelli, soprattutto per la fiera. Altri, prendevano per corso Matteotti e andavano su, in largo via Trieste e piazza La Vergine, palcoscenici per cavalli, buoi, mucche, asini e maiali, allevatori e sensali arrivati da tutte le parti della Toscana e oltre. Non mancavano apparizione straordinarie, nel resto dell’anno, il sabato sera o la domenica pomeriggio, con il vino che andava giù a fiaschi. Accanto ai cantastorie, i poeti estemporanei, quelli dell’ottava rima, dei contrasti: dal Beini (Emilio Pallesi), di Santa Croce sull’Arno, a Lassi, di Ponte a Cappiano. Da Pilade a Pallette (Agostino Cenci), ambedue fucecchiesi. Fa gente, il Morino dell’Isera, il più noto cantastorie della zona, quando si presenta per raccontare, con tanto di cartellone, “La balleta dei bruciati”, conosciuta anche come “Il gran fatto successo a Fucecchio”.
Un incendio in una sala da ballo arrangiata in un’abitazione di vicolo del Conventino. E’ la sera della Pentolaccia. Domenica 4 marzo 1906. Poi si vivrà in pieno la quaresima. Tutto accade per la sbadataggine di un mendicante, addormentatosi con la pipa accesa nella sottostante stalla piena di paglia. Scoppia un incendio furioso. Alla fine, si contano quindici morti. La notizia fa il giro del mondo. La “Domenica del Corriere” le dedica la copertina, con un disegno di Beltrame.
La ballata del Morino dell’Isera comincia così: “Popol porgi attenzione coll’orecchio/ perché bramo di farti senti’/ il gran fatto successo a Fucecchio/ mai nel mondo successo così”. Il Morino punta diritto al cuore di grandi e piccini. E allora la sua attenzione è per Maria Masani Zucchi, la moglie del padrone della sala, colei che pensa a mettere in salvo i figli più piccoli. Ma non ci riesce e finisce, con loro, tra le fiamme.
«E la tragica fine d’una mamma,/ Maria Zucchi si viene a chiamar./ Lei passava di mezzo alla fiamma/ per poter i suoi bimbi salvar./ Corse dentro nella piccola stanza/ ove aveva i bambini a dormir/ e l fiamma s’alzava abbastanza./ “Qui – lei disse – bisogna morir”./ Questa povera donna sì umana/ uno in collo lo prese con sé,/ gli altri due li aveva alla sottana,/ li voleva salvar tutt’e tre./ Quando vide che giunta era la fine/ e la fiamma di più s’inoltrò,/ strinse al seno le sue creaturine/ e carbonizzata insieme restò».
Alla fine, gli applausi e pochi spiccioli d’offerta. Molti, invece, i commenti, misti a ricordi e testimonianze, o presunte tali, sul fatto. C ‘erano anche i poeti estemporanei che amavano fustigare i costumi, fare satira e suscitare l’ilarità. Uno di loro è Pallette, al secolo Agostino Cenci, appartenente a una famiglia fucecchiese che ama l’arte nelle sue diverse espressioni: musica, poesia e pittura. E’ analfabeta. Fa l’imbianchino andando da una località all’altra. E le sue composizioni più famose sono ispirate proprio a questo suo peregrinare. Le detta a un maresciallo dei carabinieri in pensione. Tra le più note, il contrasto tra lo stesso Pallette e il Gemignani, suo compagno di lavoro. Dice, Pallette: «E or che il, corpo sento ben satollo/ di squisita polenta al salacchino/ mi par d’esser diventato un pollo/ o per dir meglio il maiale allo stallino./ Con la polenta non si fa il midollo/ ci vuole della carne e del buon vino./ Questa non è più vita per Pallette: la sera a palle e la mattina a fette».
Un modo di dire, questo, divenuto popolare nella zona per significare una vita senza novità, monotona. E Pallette, al Gemignani, gli fa rincarare la dose: «Con le vostre pietanze maledette/ m’è venuta la pelle del cappone./ Capoccio, siamo proprio alle ristrette/ questa è una vita da segregazione./ Dei pani n’ho contati diciassette./ Non ghiaccia mai il paiolo né il rumone./ Preferisco la pancia empir di fieno/ che morir di pellagra nel Galleno». Se agli uomini riserva critiche, non così fa alle donne. Difatti Afferma nello “Stornello degli addii”: «Un saluto anche a voi belle sposette/ arzille e maliziose come gatte./ Non vi dimenticate di Pallette/ lui che vi fece far risate matte./ Voi siete di mammelle ben dotate,/ nessun di voi è nata alle Spianate».
Altro sonetto famoso è quello dedicato al sor Agostino Banti, detto anche lo zoppo del Bianchini. Molto ricco, era proprietario della fattoria ora dei Nieri (Montellori). Passava le giornate con un nugolo di amici intorno: cortigiani, per lo più. Era capace d’andare a Firenze in calesse, oggi trainato dal cavallo Bachicche, domani dal cavallo Bacocche. “Attacca Bachicche, stacca Bacocche. Attacca Bacocche, stacca Bachicche” è rimasto nell’uso, per indicare il comportamento di una persona che spende e spande. Dopo il primo conflitto mondiale, il sor Agostino si ritrova povero. Con gli ultimi soldi rimasti, abbandonato dalla moglie Etrusca, bellissima donna, originaria – sembra – di Castelfiorentino, e dagli amici, mette su una baracchina, per la via del Ponte, dove cerca di vendere bibite. Gli va male e tenta il suicidio. Pallette incentra il sonetto su questo: «Maledetta baracca e chi t’ha ritta/ e chi mi consigliò muoia arrabbiato./ Questa per me è l’ultima sconfitta./ Mi son deciso di morir impiccato”. Ci si prova. Però si pente subito. “Gente, correte per amor dei santi./ Ho l’ultimo momento, sennò muoio./ Per carità, correte tutti quanti./ Portatemi le forbici… un rasoio!”. Lo salvano. “Ma sempre a Gosto gli battea il core./ Disse: la gola mia non si recida./ Muoia chi vuol morir, Gosto non muore!».
Morirà molto tempo dopo, nel novembre 1944, a 66 anni, invocando un caffè e latte. Anche il Beini (Emilio Pallesi) frequentava Fucecchio, dove era conosciuto e apprezzato. Famose le ottave, che Pilade Cantini ha raccolto in un volume edito da Titivillus.
Spiccano quelle che raccontano la nascita e la morte del fascismo. L’inizio: «Un dì che Satanasso avea la bile/ fabbricò per far onta al Padre Eterno/ un’empia furia con ‘sì brutto stile/ che agisse a pro del regnator d’Averno,/ poi nel vederla mostruosa e vile/ ebbe sospetto d’infettar l’inferno/ e la cacciò sull’Italo terreno/ in forma d’uomo a seminar veleno». Altri poeti. Un altro mondo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
