Sicurezza
Uno su 3 firma il contratto e le dimissioni in bianco
Colpite soprattutto le giovani donne, ricattabili in caso di una gravidanza chi lascia l’azienda in questo modo non ha diritto all’indennità di disoccupazione
di Francesco Turchi
EMPOLI
«Firma qui. E pure qui, grazie». Il primo autografo vale un posto di lavoro, il secondo rende il dipendente ricattabile in qualsiasi momento, condannato a ritrovarsi disoccupato con un qualunque pretesto, senza avere neanche diritto alla disoccupazione. Il primo è il contratto di lavoro, il secondo è la lettera di dimissioni in bianco. Il primo vale subito, la seconda quando lo ritiene opportuno il datore di lavoro: basta aggiungere la data.
Uno stratagemma che anche nel circondario è diventato una prassi: «Un contratto a tempo determinato su tre e il 15% di quelli a tempo indeterminato sono accompagnati da questa clausola». Silvia Mozzorecchi è una sindacalista targata Filtea-Cgil, punto di riferimento per i lavoratori del settore tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero. In questi anni di crisi ne ha sentite di tutti i colori: «Ormai siamo diventati come i preti». Scherza. Ma poi si fa subito seria: «I nostri crucci? Le pensioni, i giovani che non riescono a entrare nel mondo del lavoro. E i rapporti nelle aziende, che si sono fatti sempre più tesi: siamo tornati indietro, con il padrone esasperato che fa fatica a tirare avanti e scarica la tensione sul lavoratore. Che è ricattabile. Anche con le dimissioni in bianco». Il dramma nel dramma è che di fatto anche il sindacato può fare ben poco. Perché quella firma, seppur estorta col ricatto, è vera. Ed è quasi impossibile dimostrare il contrario. Così, basta un calo di ordini, ma anche un banale screzio, per vedersi sventolare davanti al naso quel foglio firmato in bianco e ritrovarsi in mezzo a una strada: e poiché si è dimesso e non è stato licenziato, una volta fuori il lavoratore non gode neanche di alcun ammortizzatore sociale.
I dati nazionali sono allarmanti: sono due milioni i lavoratori costretti a firmare le dimissioni in bianco: il 40% sono uomini, il 60% donne, nella maggior parte dei casi “dimissionate” in seguito a una gravidanza. E l’Empolese Valdelsa non è un’isola felice. Anzi: «Soltanto nel 2011 mi sono capitati una decina di casi. Ma per ognuno che viene a galla ce ne sono decine che restano sotto silenzio». Talvolta perché l’azienda poi non fa valere l’arma in suo possesso, perché non ne ha bisogno; molto più spesso perché chi viene messo alla porta con questo sistema, prova un senso di vergogna tale che non riesce neanche a parlarne: «C’è addirittura chi viene da noi – spiega Mozzorecchi – ci racconta la vicenda e poi decide di non fare vertenza». Per la paura di non riuscire poi a trovare un altro lavoro. Si parla di confezioni, di pelletterie. Ma la prassi è trasversale. Abbraccia il campo edile, così come quello del commercio, servizi e turismo: «Anche se – puntualizza Andrea Brunetti della Filcams – ci sono varie strade per evitare questo ricatto, a cominciare dai contratti a chiamata».
Molto più preoccupante il quadro del metalmeccanico: «È una cambiale in bianco sempre più frequente» esordisce Stefano Angelini della Fiom: «Purtroppo molto spesso non c’è margine di ribellione: in tanti firmano con la speranza che poi le cose vadano nel verso giusto. Ma saranno sempre ricattabili». Eppure la legge 188/2007 aveva cancellato questa vergogna, prevedendo che la procedura per le dimissioni venisse eseguita obbligatoriamente on line sul sito del Ministero del Lavoro. Il lavoratore doveva recarsi personalmente presso un intermediario (solitamente il Centro per l’impiego) che aveva cura di compilare il modulo, vidimarlo con marca temporale tale da renderlo non falsificabile o alterabile, che doveva essere quindi consegnato al datore di lavoro.Ma l’anno successivo il governo Berlusconi ha abrogato la legge. «Questa prassi – aggiunge Sergio Lischi, coordinatore della Cgil dell’Empolese Valdelsa – è lo specchio del Paese, dove si attacca l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e contemporaneamente si permettono certi “giochetti” a pseudoimprenditori senza scrupoli, che tengono in scacco soprattutto gli stranieri che devono garantirsi il permesso di soggiorno e le giovani donne, “invitate” a non avere gravidanze».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
