La manifestazione
Cacciata dopo l’assenza per il figlio malato
La storia di Laura, ex dipendente di una confezione. Michele, invece, è stato punito per un litigio
Due storie emblematiche che arrivano dall’Empolese Valdelsa. Due persone che hanno raccontato il loro dramma ai sindacalisti della Cgil, rinunciando però a fare vertenza, consapevoli di non avere chance di riavere il loro posto di lavoro. Michele e Laura sono soltanto la punta di un iceberg.
«Ho trent’anni – racconta la donna – e un figlio di due. Lavoravo in un’azienda di confezioni. Non avevo mai avuto alcun tipo di problema. Poi il bambino si è ammalato un paio di volte e fui costretto a restare a casa per alcuni giorni in due periodi ravvicinati». Quanto basta per ritrovarsi in mezzo a una strada: «Cercai di fare anche un bel po’ di straordinari per rimettermi in pari con il lavoro e garantire i tempi di consegna all’azienda. Ma una mattina mi chiamarono in ufficio. Mi dissero che non ero affidabile. E mi fecero vedere una lettera di dimissioni firmata da me». Laura non sapeva neanche dell’esistenza di quel documento: «Quando firmai il contratto di assunzione, mi misero davanti una serie di fogli da firmare, uno dopo l’altro. La segretaria li scorreva velocemente. In mezzo, c’era anche la lettera di dimissioni in bianco».
Michele invece era dipendente – fino allo scorso novembre – di un’azienda metalmeccanica con decine di dipendenti: «Ero lì da cinque anni. Un giorno ho avuto un diverbio con uno dei titolari. Mi hanno detto di prendermi qualche giorno di ferie. Quando sono tornato mi hanno chiesto cosa ci facevo, dato che mi ero dimesso. E mi hanno tirato fuori le dimissioni che avevo firmato il giorno dell’assunzione e che loro avevano custodito per tutto questo tempo».(f.t.)
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