Finanza
Rischia di morire per la burocrazia
Marco Pagli
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Antonia Aghamelu Paralizzata da un ictus, aspetta da 5 mesi l'ok per venire a curarsi a Empoli
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EMPOLI. Rischiare la vita per la lentezza del sistema burocratico. È quello che sta accadendo ad Antonia Aghamelu, colpita da un ictus a 35 anni e con un figlio di poco più di un anno. Lei, cittadina nigeriana, sta attendendo nel suo paese Enugu una risposta da parte del consolato italiano a Lagos per venire a curarsi nell'ospedale di Empoli. Da ormai quasi quattro mesi la pratica che suo zio Elias, che lavora nel comune di Limite ed è residente in Italia da ventisette anni, ha espletato con l'aiuto dell'avvocato Pierluigi Maienza giace su una scrivania. Una scrivania che assomiglia ad un buco nero che rischia di inghiottirsi la vita di una giovane madre paralizzata. La possibilità per familiari di cittadini stranieri residenti in Italia di ricongiungersi per ragioni sanitarie è disposta e regolata da un lungo elenco di norme. Come ad esempio il versamento del 30% delle spese sanitarie a carico del paziente prima che esso arrivi in Italia, che nel caso di Antonia corrispondono a circa 800 euro. Oppure il rinnovo del passaporto, o ancora la certificazione da parte dell'azienda sanitaria, in questo caso l'Asl 11 di Empoli, dello stato di malattia del paziente attraverso l'analisi della cartella clinica e una relazione medica da inviarsi al consolato. Tutte pratiche già svolte dai familiari della giovane. «Il tempo di risposta previsto in questi casi è al massimo di quaranta giorni - spiega suo zio Elias - come riportano anche i documenti del consolato. Tuttavia dall'inoltro della pratica il 12 agosto scorso ad oggi sono passati cinque mesi. Intanto le condizioni di salute di mia nipote continuano a peggiorare e all'ospedale dove è attualmente in cura, in Nigeria, non ci sono i farmaci necessari per curarla. Finora solo un miracolo la sta tenendo in vita». Anthonia è stata colpita dall'ictus nell'ottobre del 2010, poco prima di mettere alla luce il figlio, che adesso ha un anno e quattro mesi. Suo zio si è subito messo all'opera per reperire tutta la documentazione necessaria per venire a curarsi in Italia, ma la lentezza del sistema si è messa di traverso. «Sono veramente stupito dal silenzio tombale del consolato - continua - ho quasi paura a telefonare alla mia famiglia perché temo di ricevere una brutta notizia. Io, insieme al mio avvocato, abbiamo tentato in tutti i modi di metterci in contatto con gli uffici preposti, ma non riusciamo a parlare con nessuno nè per telefono nè tramite posta elettronica. Non sappiamo più dove sbattere la testa». Per questo Elias ha anche provato a scrivere alla Farnesina e poche settimane fa ha inviato una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella speranza che possa smuovere le acque. Di certo, in attesa che qualcuno si faccia finalmente vivo e permetta ad Anthonia di ricevere le cure necessarie presso l'ospedale di Empoli, Elias e tutte le persone che gli sono vicine in questa vicenda hanno perso la fiducia nelle istituzioni italiane. «Per un italiano che vuole andare a curarsi all'estero perché magari ci sono cure migliori rispetto a quelle che potrebbe trovare qua - afferma - non ci sono ostacoli. Ma per un cittadino straniero che vuole venire in Italia per lo stesso motivo incontra ogni sorta di ostacolo. È il segno che non contiamo niente e questo, dopo quasi trent'anni che lavoro qua, è una cosa che fa male».
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