Il Tirreno

Empoli

Quiete e silenzio ecco dove Pontormo tirò fuori capolavori

Una delle opere del Pontormo esposte nella casa natale
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Una delle opere del Pontormo esposte nella casa natale

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 EMPOLI. Quiete, silenzio e solitudine sono le parole con cui Vasari ricorda l'ambiente della Certosa del Galluzzo, dove Jacopo (Carrucci, detto il Pontormo, ndr) si rifugiò durante la peste che aveva colpito Firenze nel 1523. Fu quello, con ogni probabilità l'ambiente in cui assaporò di nuovo quella serenità, perduta, che aveva vissuto soltanto negli anni dell'infanzia trascorsa a Pontorme.  Per pochissimo tempo, in verità, visto che giovanissimo si trasferì a Firenze, dove compì la sua formazione. Poté guardare dalla cultura ellenistica a quella contemporanea, rappresentata dalla lezione di Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Di questi modelli rimangono tracce in opere come la Pala Pucci di San Michele Visdomini, il San Giovanni Evangelista dipinto per Pontorme così come nella Visitazione per il Chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata.  Fin da giovanissimo il Pontormo affrontava il lavoro con grande meticolosità, tornando più volte sulle cose già fatte "guastando e rifacendo oggi quello che aveva fatto ieri", come disse Vasari. Dello scrupolo e della insoddisfazione che lo accompagneranno per tutta la vita, nell'incessante tentativo di superare se stesso, si cerca di dare ragione nel video, presentando più volte, non solo come confronto, i disegni. Questi sono il diario del suo lavoro, hanno una identità stilistica indipendente dalle opere e ci aiutano ad ampliare la comprensione della sua arte.  Per far questo si è, come ho già detto, cercato di cogliere gli aspetti peculiari dell'epoca in cui Jacopo visse, dalla Prima Repubblica al pontificato di Leone X, dall'assedio di Firenze all'ascesa al potere di Cosimo I.  Se tali avvenimenti fanno da sfondo alla narrazione, le ripercussioni che questi ebbero, il clima di instabilità che generarono, le riflessioni che suscitarono negli animi più sensibili insieme alle scelte intellettuali che ne derivarono, diventano la chiave di lettura, non solo stilistica, delle opere del Pontormo. Si passa, quindi, dagli affreschi per la Villa di Poggio a Caiano, il cui tema, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, piacque molto a Jacopo e fu dipinto quale rievocazione dell'epoca laurenziana e dedicato, inoltre, alla nuova età dell'oro instaurata da Leone X a opere di tutt'altro significato come la Pala Pucci. Qui, come nei Santi di Pontorme, l'artista interviene nelle problematiche religiose di quegli anni, segnati da un clima millenaristico, cui facevano riferimento le insistenti predicazioni apocalittiche portate avanti da seguaci del Savonarola e non solo entro l'ordine domenicano. Sono gli affreschi della Certosa a testimoniare come, a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento si cominciò ad avvertire il divario, non solo stilistico ma anche ideologico, tra quello che veniva fatto a Roma e la cultura artistica fiorentina. A Firenze iniziarono a diffondersi e ad essere sempre più apprezzate stampe di artisti nordici, in particolare di Dürer. A questi Jacopo guardò con grande attenzione, interessato com'era a ricercare sempre nuove forme di espressione. Le scelte, non solo stilistiche, fatte dal Pontormo in Santa Felicita, anticipano in qualche modo quello che sarà il suo atteggiamento in San Lorenzo. A questo lavoro Jacopo dedicherà gli ultimi anni della sua vita, anni caratterizzati da una estrema solitudine e raccontati nel Diario. Di quella grande fatica non restano oggi che alcuni disegni e i commenti fatti da Vasari, che criticò Jacopo non tanto per il soggetto scelto quanto per lo stile adottato. Cristina Gelli responsabile sezione beni culturali Empoli    INSTALLAZIONE L'intuizione di Panicci e Natali  Subito dopo l'inaugurazione della Casa del Pontormo apparve urgente far sì che Jacopo, in qualche maniera, si riappropriasse di quelle mura.  Felice fu l'intuizione di Paola Panicci, con Antonio Natali, di destinare almeno una di quelle stanze a una sorta d'installazione permanente, in modo tale che, chiunque decidesse di varcare quella soglia, potesse conoscere non solo la biografia dell'artista, ma comprendere lo strettissimo rapporto tra il complesso contesto storico in cui operò (e di cui fu peraltro raffinato interprete) e il suo modo d'essere, inquieto e melanconico, che però, non ha fatto mai trasparire nella vitalità delle sue opere.

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