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Il fatturato va a picco anche i ristoranti costretti alla cassa integrazione
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A cena in pizzeria il sabato sera: un rito che resiste malgrado la crisi economica4 MINUTI DI LETTURA
EMPOLI. Le famiglie disertano il ristorante. Meglio mangiare in casa. Si risparmia. E le cene con gli amici? Ridotte al minimo. In un anno il fatturato di ristoranti e pizzerie dell'Empolese Valdelsa è andato giù del 30%; il numero delle chiusure per la prima volta supera quello delle aperture e tra coloro che provano a restare a galla spunta, novità per il settore, la cassa integrazione, già ottenuta da una dozzina di locali, con molti altri che proprio in questi giorni si sono rivolti a Confesercenti per saperne di più. «Si tratta di una situazione completamente nuova anche per noi - spiega Franco Brogi di Fiepet -. Finora gli ammorizzatori sociali erano estranei al nostro settore, almeno nel circondario. Invece svariati proprietari di pubblici esercizi sono venuti da noi per ricevere informazioni sull'accesso alla cassa integrazione e alla mobilità». Un quadro decisamente diverso da quello dipinto dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi ha cercato di rassicurare sulla situazione economica dell'Italia sostenendo tra l'altro che «i ristoranti sono sempre pieni», segno evidente che le tasche degli italiani non sarebbero poi così vuote. Parole che hanno l'odore della beffa per un settore con l'acqua alla gola: «In realtà il giro d'affari è crollato: rispetto a un anno fa abbiamo registrato un -30%. Fino al 2010 effettivamente il settore aveva tenuto. Ma poi la crisi ha presentato il conto, molto salato. I ristoranti sono pieni, ma soltanto il sabato, per alcuni le cose vanno bene anche per l'intero weekend. Ma gli altri giorni i locali sono vuoti. Intanto le spese corrono». E La colpa? «Della politica» sentenzia Brogi: «Ma attenzione, non soltanto di Berlusconi e del governo. Oggi paghiamo l'immobilismo della politica a tutti i livelli, a cominciare da quello locale». C'è chi ha alzato bandiera bianca e ha abbassato la saracinesca. E chi invece non si vuole arrendere. E cerca una boccata d'ossigeno per non licenziare, in attesa di momenti migliori: «Finora - spiega Andrea Brunetti della Filcams Cgil - il ricorso agli ammortizzatori è stato limitato rispetto agli altri settori perché in molti si affidano ai contratti ai chiamata, che noi riteniamo una legalizzazione del lavoro nero. In questo modo i ristoratori utilizzano il personale a intermittenza, ma di fatto spesso è una copertura per pagare al nero il lavoratore: negli ultimi due anni i contratti a chiamata sono cresciuti in maniera esponenziale, nella nostra zona si parla di un aumento del 30-40%». Nelle ultime settimane però è salito anche il numero di dipendenti di ristoranti e pizzerie che si sono rivolti al sindacato per capire come comportarsi di fronte alla richiesta del datore di lavoro di ridurre l'orario: «Questi lavoratori devono sapere che c'è la possibilità di accedere alla cassa integrazione guadagni in deroga ad ore. Per esempio - spiega Brunetti - chi ha un contratto di otto ore e d'ora in poi ne deve lavorare soltanto cinque, può avere accesso a tre ore di cassa integrazione, che viene riconosciuta a chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, determinato o di apprendista, al di là del numero di dipendenti del ristorante: possono essere uno come dieci». Intanto per la prima volta nell'Empolese Valdelsa, dove i pubblici esercizi (bar ristoranti e pizzerie) sono complessivamente 667, il numero di chiusure supera le aperture. Nei primi dieci mesi del 2011 - secondo i dati forniti da Confesercenti - le cessazioni di attività sono state 11 contro le 7 nuove aperture. Empoli è scesa al di sotto dei duecento locali: ora sono 197, complici quattro chiusure e una solta apertura. Dati che sono in linea con quelli complessivi relativi alla provincia di Firenze, dove i pubblici esercizi sono 4.395, con 47 new-entry e 51 addii. I dati relativi alle nuove aperture peraltro vanno presi con le molle, perché tra questi c'è chi è stato spinto nella nuova avventura non tanto dalla convinzione di andare ad investire in un settore che tira, quanto dall'aver perso il posto di lavoro da dipendente: in tanti, una volta licenziati, hanno provato a mettersi in proprio, magari aprendo una pizzeria, anche a taglio. Ma se è stata la scelta giusta lo si vedrà soltanto più avanti. Intanto però Lapo Cantini di Confesercenti invita anche a fare un'altra riflessione: «Lo scontrino medio di un ristorante o di una pizzeria è di quindici euro a persona: si va a cena fuori, ma si spende meno. Il vino si prende al bicchiere, si mangia la pizza oppure un primo e il dolce. C'è la cultura del mangiare insieme, ma si bada prima di tutto a non superare un certo budget».
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