Il Tirreno

Empoli

L'estate dei barbari di 67 anni fa

Riccardo Cardellicchio
Una delle tante fucilazioni con cui i nazisti insanguinarono l’estate del 1944 in Toscana
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Una delle tante fucilazioni con cui i nazisti insanguinarono l’estate del 1944 in Toscana

La fucilazione di Empoli, l'eccidio di Fucecchio e le migliaia di vittime dei nazifascisti

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 FUCECCHIO. «Gli italiani dovrebbero erigermi un monumento per quello che ho fatto per loro». Lo disse il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle truppe tedesche in Italia, uscendo dal carcere dov'era stato rinchiuso per crimini di guerra. E Pietro Calamandrei gli rispose con il celebre "marmo", murato il 21 dicembre 1952 sulla facciata del municipio di Cuneo: «Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi: non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio; non con la terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità; non con la primavera di queste valli che ti vide fuggire. Ma soltanto con il silenzio dei torturati, più duro d'ogni macigno. Soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità non per odio, decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo. Su queste strade, se vorrai tornare, ai nostri posti ci troverai morti e vivi con lo stesso impegno, popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza».  La Toscana ne aveva ben donde, con i suoi quasi cinquemila morti civili per mano dei nazifascisti. L'estate dei barbari, quella del 1944, con decine di località coinvolte. Piccole e grandi. Qualche esempio: Sant'Anna di Stazzema, Castelnuovo Valdicecina, San Giovanni Valdarno, Figline Valdarno, Marradi, Figline di Prato, Pian dell'Albero, Guardistallo, Niccioleta, Empoli, Padule di Fucecchio.  Uno scampato, alla fucilazione di Empoli (29, le vittime), racconta, dieci anni dopo (Arturo Passetorri sul "Nuovo Corriere", cronaca di Empoli), come si è salvato. Raccoglie fiato e muscoli e scatta come una molla. Un tedesco cerca di fermarlo, parandoglisi davanti a braccia aperte. Sente un colpo alla testa. E' forte. Il dolore l'acceca. Ma continua a correre, semina il tedesco, armato di martello, con cui l'ha colpito. «Avrò fatto una trentina di metri, quando udii degli spari alle mie spalle. Allora corsi a serpentina. Altri spari si susseguirono».  Prima di scantonare in via Leonardo da Vinci, un proiettile lo colpisce, di rimbalzo, a una gamba. Vede porte e finestre chiuse. Inutile chiedere aiuto. Continua a correre. Raggiunge via Cavour. Ha un unico pensiero: abbracciare moglie e figli. «Vidi, di là dalla strada, la porticina aperta di una villa. Ancora uno sforzo». Ancora uno sforzo e può chiudere la porticina alle sue spalle. E' sfinito. Si siede deciso a non mollare. Si guarda la gamba che sanguina abbondantemente. Stringe sopra la ferita con un fazzoletto. Sanguina anche dalla testa. Fortuna che la tesa del cappello ha attutito il colpo. S'accorge anche d'avere perso una scarpa. Può farne a meno, in quella situazione. Riesce a rimettersi in piedi. Decide di passare da un giardino all'altro, arrampicandosi sui muri. Si taglia con i vetri messi in cresta. Arriva così in via Verdi. Non c'è anima viva. Allora, rasentando le case, va verso le Cascine. A un certo punto, si trova davanti un soldato tedesco in motocicletta. Non può mettersi a correre. Si copre la testa con un braccio facendo finta d'asciugarsi il sudore. Che c'è, per il caldo della giornata, per lo sforzo e per la sofferenza. Il motociclista lo supera. E lui attraversa la ferrovia e prende la prima strada, alle Cascine, che porta verso la campagna.  Sono quasi le sei del pomeriggio del 24 luglio 1944. In quel momento, sente «le prime scariche delle esecuzioni, che, forse, erano stato sospese a causa della mia fuga». Gli spari continuano a intervalli. Continua a camminare zoppicando. Vede una donna in un campo e le chiede aiuto. Si conoscono. Lei, senza esitazioni, gli dice di seguirla al convento, che è lì a due passi. «Mancando i medicinali, i Cappuccini portano un fiasco d'aceto e bende. Durante queste prime cure osservavo la croce al muro. Mai, come allora, ero arrivato a comprendere tutto il suo immenso e sublime significato».  Di lì a un mese (23 agosto), la strage del Padule di Fucecchio. 175 i morti. Donne bambini anziani. Il 27 febbraio 1947, se ne parla a Venezia, durante il processo a Kesselring. Si presenta Joseph Strauch, comandante del reparto esploratori della 26º divisione corrazzata. Dice: «L'ordine dell'azione mi arrivò da Venezia. Durò fino alle due del pomeriggio. Non seguii i reparti. Ero al posto di comando. Da dove potei vedere alcune esplosioni. Facevano saltare in aria delle case. Non ho visto nessun abitante né da vivo né da morto». Legge il rapporto di un comandante di compagnia. Che scrive d'aver fatto sparare con un fucile mitragliatore, che con quello ha ammazzato numerose persone, anche donne e bambini. Inoltre, i comandanti della II e III compagnia gli riferiscono d'aver incontrato donne e bambini e che li hanno eliminati. Non chiede quanti.  Il giorno dopo, arriva un giudice militare al comando della divisione. Evidentemente si è andati oltre. Ma l'inchiesta è all'acqua di rose. E, dopo poco, il reparto prende la strada dell'Adriatico. Il presidente del Tribunale obietta. «Ma vennero fucilati donne e bambini». E Strauch replica, gelido: «Bisogna intenderci sul significato di fucilare. I soldati andarono avanti sparando a tutti quelli che trovavano, ma se c'erano dei superstiti, donne e bambini, non venivano messi al muro e fucilati. Non c'era bisogno di corte marziale. Queste erano istituite per combattere i partigiani nelle retrovie, mentre io ho compiuto un'azione di guerra sul fronte di battaglia per cui era sufficiente un ordine superiore».  Strauch fu condannato a sei anni di detenzione, di cui tre condonati. Andò peggio (si fa per dire) a chi dette l'ordine: il colonnello Edward Crasemann. Praticamente prese il doppio. Ma morì il 29 aprile 1950, nel penitenziario di Werl (Germania). Ci fu anche chi non venne neanche sfiorato. E' il caso del tenente Tillmann, descritto da tutti come il più crudele, il più sanguinario. E, quel 23 agosto, in Padule, ce ne furono, di crudeli e sanguinari.  Il sacerdote don Renato Quiriconi, parroco di Cintolese, ebbe modo di rendersene conto parlando con i superstiti, suoi parrocchiani. Gli riferirono che i tedeschi erano animati «da un brutale spirito di devastazione, da un'inestinguibile sete di sangue, da un sadico desiderio di uccidere uccidere uccidere». Nessuna pietà. Né per la donna che piange sul corpo inanimato del suo bimbo. Né per la novantenne cieca, che non si rende conto. Né per il giovane seminarista malato. Né per il bimbo ferito che si lamenta accanto ai parenti morti.  Nel 1954, a dieci anni dall'eccidio, fu organizzata una manifestazione alla Bassa di Cintolese (Monsummano) con Ferruccio Parri. Alla vigilia, Vincenzo Nardi, partigiano, medaglia d'argento al valore militare, futuro presidente della Provincia di Pistoia (1956-1974), pubblicò un articolo su "Patria indipendente". Scrisse: «Ci ritroveremo in tanti, e tutti presi dal quadro suggestivo della distesa immensa di prati verdi, presi alla gola dalla commozione che sovente si rinnova al ricordo della tragica giornata, e che è più forte quando ci avviene di transitare per la strada che da Monsummano porta a Fucecchio, o tornare negli acquitrini del Capannone, quasi esiteremo a poggiare il piede sulle zone che furono intrise del sangue di tanti uomini, donne, vecchi, bambini trucidati dai nazisti. Addentrarsi nel Padule, poi, vuol dire rivivere tutta la tragedia del 23 agosto 1944, ma anche le tante altre tragedie, i sacrifici di cui è seminata la via della Resistenza».

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