Il Tirreno

Empoli

Paziente accusa l'Asl: sono rimasta invalida per colpa di cure sbagliate

Disabile su una sedia a rotelle (foto d’archivio)
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Disabile su una sedia a rotelle (foto d’archivio)

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 EMPOLI. Fino a sei anni fa lavorava come operaia in un calzaturificio, era una donna attiva e indipendente, in perfetta salute al punto da potersi vantare di non avere mai fatto un giorno di mutua. Adesso convive con un'invalidità grave e permanente, in casa deve muoversi sulla sedia a rotelle, per compiere molti dei più semplici gesti quotidiani ha bisogno di aiuto. La sua vita si è ribaltata dopo un lungo ricovero in ospedale, durante il quale sarebbero stati commessi errori decisivi.  La protagonista di questa storia è una signora cinquantenne di Fucecchio. A darle voce e a sostenerne le ragioni in sede legale è l'avvocato Alessandro Niccoli di San Miniato. È lui a raccontare il dramma che va avanti ormai dall'estate del 2005, quando la signora si recò all'ospedale di Castelfiorentino per una colite ulcerosa.  I medici dell'unità operativa di gastroenterologia - che allora aveva sede al Santa Verdiana - ne disposero il ricovero non urgente con diagnosi di ingresso "rettorragia". La donna venne sottoposta a terapie giornaliere in day hospital per una settimana ma visto che le cure non producevano effetti e che nel frattempo lei perdeva peso venne ricoverata. Dopo un mese trascorso al Santa Verdiana aveva perso più di venti chili, così fu deciso di trasferirla a Careggi dove venne sottoposta a un intervento chirurgico urgente di asportazione del colon.  Al risveglio dall'anestesia, la diagnosi shock: la paziente risultava affetta da una gravissima patologia, la sindrome di Wernicke, che è caratterizzata da una serie di disturbi neurologici che vanno dalla paralisi al deficit della memoria. Questa malattia si può scatenare quando l'organismo è carente di vitamina B1. Secondo la perizia medico-legale che l'avvocato Niccoli ha fatto eseguire al dottor Gilberto Martinelli di Lucca, la sindrome di Wernicke sarebbe stata provocata da due cause: il fatto che l'intestino della signora non era in grado di assorbire correttamente la vitamina B1 e il fatto che durante la lunga degenza ospedaliera a Castelfiorentino la vitamina B1 non le era stata somministrata.  «Il medico legale che ha esaminato il caso - afferma l'avvocato Niccoli - spiega che in questi casi, quando si verifica il mancato assorbimento da parte dell'organismo della vitamina B1, essa deve essere introdotta necessariamente dall'esterno perché l'organismo non può produrla autonomamente. Non solo: il dottor Martinelli ci dice che l'attenzione andava concentrata sul malassorbimento anche alla luce del fatto che la paziente, durante gli accertamenti diagnostici per perdite ematiche dal retto/colon, aveva presentato episodi ripetuti di vomito. Invece, si sottolinea, l'unico supporto vitaminico segnalato in cartella clinica è quello relativo alla vitamina B12 e all'acido folico ma non alla vitamina B1, fatto questo ancora più grave se si pensa che la paziente a Castelfiorentino era ricoverata non solo in un reparto di Medicina generale bensì in uno specializzato di gastroenterologia».  A causa della sindrome che l'ha colpita, adesso la paziente presenta un danno biologico permanente pari all'80%, vive su una sedia a rotelle, ha smesso di lavorare e accusa altri gravi disturbi. «Ha bisogno di continue cure mediche e dei familiari - aggiunge Niccoli - e comunque rendendosi conto delle sue condizioni vive nella paura, con un forte stato di ansia e stress».  A rendere ancora più pesante ed amara questa condizione, c'è poi la risposta ricevuta dall'Asl. «Nonostante le varie richieste risarcitorie presentate all'azienda sanitaria locale anche per le cure molto costose a cui la paziente si deve sottoporre - ricorda l'avvocato Niccoli - l'azienda stessa, rimandando a lungo un proprio responso, dopo ben cinque anni dal fatto, malgrado la chiara perizia medico-legale dimostrativa della grave responsabilità dei sanitari di Castelfiorentino, indecorosamente ha glissato sul caso, omettendo una qualsiasi forma di ristoro, e con una mera formula "di stile" ha espresso con una lettera del 15 giugno scorso il proprio diniego a riconoscere la propria responsabilità, evitando anche di commentare le conclusioni della perizia medico-legale trasmessa con sconcertante umana indifferenza. Il marito, le figlie e la stessa paziente si trovano oggi, data l'indifferenza espressa dall'Asl di Empoli, a dovere intraprendere la via giudiziaria, quantomeno per veder riconosciuto il torto subito in una sorta di ristoro morale, più che economico, avendo oramai per questi anni imparato ad andare avanti da soli».

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di Redazione web