Toscana
Una nuova tecnologia per avere acqua limpida «Il Tubone non serve»
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Francesco Bertorello L'esperto Bertorello illustra il processo che elimina i fanghi «Altrimenti si rischia un cambiamento del clima»
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Il Tubone ha l'obiettivo di riorganizzare il sistema di depurazione industriale del comprensorio del Cuoio. Acque Spa ha ipotizzato un progetto che prevede interventi in Valdinievole (Padule), Empolese e Valdera. I depuratori tratteranno scarichi civili e industriali per poi ridistribuirli, tramite l'acquedotto industriale, alle aziende conciarie. Il depuratore di Ponte a Cappiano dovrà vedersela soprattutto con gli scarichi civili. Quello di Santa Croce (Aquarno) con gli scarichi delle concerie, "provvedendo a eliminare le sostanze pericolose con il sistema del tutto biologico". L'impianto di Ponte a Egola (Cuoiodepur) dovrà effettuare il trattamento di scarichi locali, dell'Empolese e della Valdera. di Riccardo Cardellicchio FUCECCHIO. Operazione Tubone. La parola a un esperto. E' Francesco Bertorello. Nato nel 1956 a Bobo Dioulasso (Repubblica Burkina Faso), si è laureato in scienze naturali all'Università di Pisa, città in cui ora abita. Ha un curriculum, nel settore, niente male. È membro di numerosi gruppi di lavoro della Commissione qualità e affidabilità, ambiente dell'Uni e presidente della Cleaner Production Center Italia. L'Uni è l'Ente nazionale italiano di unificazione delle norme tecniche. Elabora norme italiane, convalida quelle emanate da imprese e recepisce l'Iso (International Standard Organisation) e il Cen (Comitato Europeo di Normazione). La Cleaner Prodution Center Italia è un'associazione senza scopo di lucro, nata nel 2001, che ha aderito alla Dichiarazione internazionale sulla Cleaner Prodution delle Nazioni Unite (ambiente e industrie). Fa parte della rete Cleaner estesa a tutto il mondo. Scopo: promuovere e introdurre nella pubblica amministrazione e le aziende metodi di produzione puliti o a ridottissimo impatto ambientale. L'Operazione Tubone quanto inciderà sul territorio, in particolare sul Padule di Fucecchio? «E' difficile dare una risposta precisa, in quanto non essendoci il progetto definitivo e, in assenza dello Studio impatto ambientale, non si possono quantificare gli effetti. Sul piano qualitativo, si può tranquillamente dire che il trasferimento d'acqua da un bacino all'altro ha sempre comportato grossi cambiamenti negli ecosistemi. Sulla base di altre esperienze, non mi stupirei che questo progetto provocasse anche un cambiamento del clima a livello locale. Il Padule per le sue peculiarità, subirà le maggiori conseguenze e il progetto Tubone, non essendo legato dal piano di gestione del Padule, potrebbe richiedere opere compensative e di mitigazioni di alcuni milioni di euro, oppure ricevere il "no" da parte della Commissione Europea». Si dice che l'Operazione Tubone sia necessaria per mettere fine agli scarichi indiscriminati nel Padule e per recuperare l'acqua per l'industria conciaria, attraverso un acquedotto industriale e, nello stesso tempo, porre fine allo "scandalo" dei pozzi sempre più profondi e rispettare i parametri sull'inquinamento. Quanto è vero? «Provo a smontare tali problemi. Il primo: se per scarico indiscriminato s'intende scarico non a norma o, comunque, peggiore di quello che si potrebbe avere con il Tubone, invito a fare due riflessioni. La prima è se attualmente gli scarichi non sono a norma non è con un intervento tecnico o tecnologico che si risolve il problema della legalità o della vigilanza. Per risolverlo, bisogna intervenire sui gestori e, attraverso azioni legali, pretendere che diventino a norma, in quanto si tratta di volontà politica o umana ed essa non può essere sostituita da un'opera infrastrutturale. La seconda riflessione è che l'opera infrastrutturale di per sé non garantisce il corretto comportamento dell'attività umana e, quindi, si potrebbe avere un problema o impatto ancora più grosso di quello attuale. Il secondo problema pone l'accento sul consumo delle risorse. Già dall'entrata in vigore della legge Merli, nel 1976, si ponevano le basi per la riduzione del consumo idrico da falda e s'incentivava l'uso dell'acqua di riciclo. A oltre 35 anni di distanza chi ha (e aveva) la responsabilità della gestione del ciclo delle acque avrebbe dovuto risolverlo. La migliore applicazione della legge Merli sugli scarichi industriali e riciclo delle acque a livello europeo l'abbiamo nel primo macrolotto di Prato. Dove il Tubone è stato realizzato completamente a carico del privato e oggi, con la corretta applicazione della legge Merli, questo investimento sta fornendo entrate. Sicuramente, la realizzazione di un acquedotto d'acqua di riciclo permette alle aziende d'avere una minore necessità d'emungimento delle acque di falda». Ci sono tecnici che definiscono impossibile il riuso dell'acqua trattata da parte di una lavorazione, che la esigerebbe limpida. E' vero? «No. Oggi esistono tecnologie di trattamento delle acque che permettono di non produrre più fanghi e di poter ottenere una qualità d'acqua pari o migliore a quella di falda. Ai tecnici, i quali sostengono che è impossibile il riuso dell'acqua trattata, suggerirei d'essere disponibili a fare il seguente percorso: definire le caratteristiche dell'acqua da utilizzare, pari a quella di falda; provare presso la loro sede un impianto di trattamento acque che faccia vedere, su un periodo di 10-15 giorni, che tali risultati si possono ottenere. E, a risultato ottenuto, essere corretti e cambiare opinione». Una volta imboccata la strada del Tubone, nessuno si è più guardato intorno per vedere se ci fossero altre soluzioni. Ci sono? «L'idea del Tubone nasce nel 1999. In più di 10 anni, come in tutti i settori, anche in quello del trattamento delle acque si è fatto ricerca e innovazione e si è arrivati a nuovi brevetti, innovazioni di processo, ecc. Il progetto del Tubone s'aggancia a impianti vecchi e tecnologie di trattamento delle acque che in questi anni non hanno risolto il problema, tant'è vero che risultano esserci scarichi indiscriminati (Valdinievole) e altri lavorano in deroga, e la qualità del trattamento non ne permette il riciclo». Ma, nello spirito dello sviluppo sostenibile e di Agenda 21, lei cosa proporrebbe come alternativa al Tubone? «I principi dello sviluppo sostenibile e di Agenda 21 sono orientati al locale e prevedono di lasciare le stesse nostre risorse, dal punto di vista qualitativo e quantitativo, alle generazioni future. La Cleaner Production, attraverso un memorandum delle Nazioni Unite, opera proprio in questa ottica». Quali sarebbero i vantaggi a non fare il Tubone? «Evitare cambiamenti climatici su scala locale con trasferimento di masse d'acqua da un bacino all'altro. Ridurre il consumo di territorio e d'energia per il trasporto dell'acqua. Tutelare il Padule da scarichi indiscriminati ed evitare il cumulo di inquinanti in quell'area. Ridurre l'emungimento favorendo l'uso dell'acqua di riciclo, lasciando cosi risorse idriche (falde) integre per le generazioni future. Applicare più correttamente il principio "chi inquina paga" e potere, nell'arco di una generazione, abbassare i costi all'utenza finale, sia cittadino sia impresa. Per le aziende, che necessitano di molta acqua significherebbe, renderle più competitive. Maggiori risparmi. Stimolare e premiare le aziende che fanno investimenti in ricerca e innovazione nel settore del trattamento delle acque. Non produrre più fanghi. Avere impianti più piccoli e diffusi, quindi minore concentrazione del potere in mani di pochi, ma gestione più responsabile e partecipata. Stimolerebbe il settore edilizio nella progettazione di complessi a impatto zero e auto sostenuti». Come si può arrivare a non produrre fanghi? «Un'azienda italiana attraverso un processo innovativo, riesce a trattare in maniera più efficiente il refluo. Il risultato è d'avere acqua limpida e materiale inerte a base di sali. Questo processo può essere modulato per singola abitazione o per strutture anche grandi». A ciò s'arriva con impianti più piccoli? Di che genere? «Gli impianti piccoli permettono d'avere un trattamento dei reflui più omogenei. Esempi: se tratto acque soltanto di tintorie, o di aziende meccaniche o agroalimentari, essendo omogenee, aumento l'efficienza del processo. Dall'esperienza fatta, l'azienda chiede di poter dimostrare sul posto, con una prova di 10-15 giorni, i risultati, in modo che un tecnico d'opinione contraria possa ricredersi».
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