Il Tirreno

Empoli

Nardini era alla guerra

Tanta angoscia per un medico in Abissinia

Riccardo Cardellicchio

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 FUCECCHIO. La notizia arrivò dal maggiore Salsa. E fece il giro del capoluogo. Il tenente medico Giulio Nardini era stato fatto prigioniero. Appartenente a una famiglia facoltosa, si era arruolato nel IX Reggimento di fanteria per partecipare alla Campagna d'Africa, chiamata anche Guerra d'Abissinia, antico nome dell'Etiopia.  La famiglia aveva saputo che era arrivato in Africa nella primavera del 1895. Poi le era giunta qualche altra notizia per vie traverse. Lo si dava vivo e vegeto, impegnato al massimo nella cura dei feriti. Ora, però, quella del maggiore Salsa la gettava nello sconforto.  I genitori non facevano altro che pensare alle possibili conseguenze. E ne parlavano tra di loro e con i parenti. Non potevano non tener conto della voce che voleva i prigionieri italiani evirati dai carcerieri etiopi, su ordine del negus Menelik II.  Il sindaco Lelio Pera andò a trovare la famiglia. Pronunciò parole di circostanza e aggiunse che avrebbe fatto tutto il possibile per saperne di più. Passarono i giorni e le notizie, che arrivavano, tramite i giornali e i soliti bene informati, non erano confortanti. Le cose si stavano mettendo male per l'Italia. In più, su Nardini, imperava il silenzio. Poi arrivò la notizia della disfatta dell'esercito italiano ad Adua. La gente protestò sonoramente in tutta Italia. Anche a Fucecchio. Francesco Crispi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio. Gli subentrò Rudini II. Ma ormai la situazione era compromessa.  Un giorno, si seppe che, di lì a poco, Nardini sarebbe rientrato. Non era stato fatto prigioniero, ma era ferito seriamente a una mano. Il sindaco fece in modo e maniera di sapere l'ora del suo arrivo per essere presente con la giunta. Nardini arrivò con il treno, alla stazione di San Miniato-Fucecchio, alle 6 e mezzo del 5 giugno 1896. L'evento fu festeggiato con una cena, ovviamente riservata ai notabili. Anche il re Vittorio Emanuele III si fece vivo con un telegramma.

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