Il Tirreno

Empoli

Il collezionista elogia il pittore fucecchiese: «Va oltre l’emotività locale»

La passione di Leo

Luciano Gianfranceschi
“La coperta rossa” di Arturo Checchi
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“La coperta rossa” di Arturo Checchi

L'esperto d'arte innamorato di Checchi

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 FUCECCHIO. Un collezionista, di più: un gran passionista d'arte, Pier Giuseppe Leo, 71 anni, fucecchiese - con un'altra passione, il giornalismo, ma che poi il lavoro ha portato alla Cassa di risparmio di San Miniato, e dunque a trasferirsi in quella città. E' uno scopritore di coincidenze d'arte. In particolare, di certe coincidenze suggestive tra i grandi pittori dell'Ottocento e Novecento nel Valdarno: Antonio Puccinelli, nato a Castelfranco nel 1822, e Cristiano Banti, nato a Santa Croce sull'Arno nel 1824. Silvio Bicchi, attivo a Montopoli nei primi del'900, e Arturo Checchi, nato a Fucecchio nel 1886 (e morto a Perugia nel 1971). Dell'argomento Leo parlò nell'ottobre 2009 in una conferenza alla Fondazione Montanelli. (E dove sennò? Proprio il grande Indro nell'autunno del 1998 donò alla Fondazione 7 dipinti, 28 disegni originali e due acquerelli di Checchi, cui poi si aggiunsero altre opere. Che dettero spunto al primopresidente Piero Malvolti per una testimonianza dell'artista, se non sconosciuto a Fucecchio certamente dimenticato).  Leo ne ha poi fatte una serie, di conversazioni, in zona, con rivelazioni inedite e documentate. Anche sul grande pittore fucecchiese, le cui opere figurano pure in una sala del Museo civico, ma sulla cui vita non sappiamo ancòra abbastanza, tranne che ha avuto un gran caratteraccio, e ciò non gli ha giovato in certi ambienti che condizionano il mercato e la critica. «Ma i grossi meriti artistici - osserva Leo - lo collocano di diritto nella considerazione degli studiosi».  In effetti la produzione di Checchi - pittore, ma anche scultore - è eccellente. Riprende Leo: «Il Novecento era il tempo, tanto per fare pochi esempi, dell'idolatria delle macchine e della velocità dei futuristi, dell'impegno civile dei divisionisti (ricordate "Il quarto Stato", di Pellizza da Volpedo?), delle languide floreali del liberty. C'erano anche un dilagante post-impressionismo - (Checchi conosce Cèsanne e Van Gogh nel 1920), ma già aveva dipinto nel 1912 "San Salvi", e nel 1914 "La coperta rossa" - e un seducente espressionismo». Checchi partecipa alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma, insegna a Brera, e nel 1949 ha la cattedra di pittura all'Accademia di Firenze. «Il principio macchiaiolo della riscoperta dell'ambiente popolare rivive in Checchi: una sobria toscanità che è la vera casa nostra dei primi anni del secolo scorso. Queste cose le sentiamo noi, le avvertiamo vivendo qui - conclude Leo - Eppure l'opera di Checchi ha un respiro che va ben oltre l'emotività locale».

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