Il dolore
Nella primavera del 1859
Fagioli e vino per gridare "Viva Leopoldo"
Riccardo Cardellicchio
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Non tutti, nella primavera del 1859, esultarono alla fine definitiva del granducato di Toscana. Non tutti erano dalla parte di Giuseppe Montanelli, rientrato in Italia dopo dieci anni d'esilio a Parigi. C'era anche chi ne soffrì e reagì in maniera vistosa. Uno era il possidente Antonio Banti. Un mese dopo la fuga del granduca Leopoldo II, volle ricordare l'evento con un paio di manifestazioni. Prima andò nei quartieri popolari con un bel carico di fagioli e vino, urlando: "A chi grida 'viva Leopoldo II e il suo governo' dò fagioli e vino in gran quantità".
La gente - povera gente - usciva dalle case, catapecchie le più, stava a sentire e non ci pensava su due volte ad accettare. Che gli costava? Poi, la sera, organizzò una cena in casa sua, invitati tutti quelli che la pensavano come lui e che non avevano paura a manifestarlo apertamente. Tra di loro i farmacisti Ranieri e Giovanni Montanelli, parenti di Giuseppe, ma niente a che fare con lui.
Forse erano tra coloro che lo definivano il diavolo. Molti furono i brindisi in onore di Leopoldo II, quindi venne una valanga di giudizi negativi sul dopo, anche se il dopo era cominciato da poco. La cena, chiassosa, non passò inosservata. Tanto è vero che numerose persone si radunarono davanti alla casa del Banti e inscenarono una contromanifestazione. Il che fece muovere il commesso di vigilanza, il quale le ebbe a definire, quelle persone,"feccia della plebe". Mostrando da che parte stava.
Tra i manifestanti, spiccavano Cenere (Pietro Banti), lo Spacca (Pietro Lotti) e Lucernino (Torello Moriani). Gli stessi che, la sera del giorno dopo, entrarono di prepotenza al "Caffè del Mancino", dove sapevano di trovare la maggior parte di quelli che loro chiamavano retrogradi. E li riempirono d'insulti e minacce. "Retrogradi". "Affamatori". "Per voi è la fine". "Siete morti". "Avreste fatto meglio a seguirlo, il granduca". Tante parole. E tali rimasero.
La gente - povera gente - usciva dalle case, catapecchie le più, stava a sentire e non ci pensava su due volte ad accettare. Che gli costava? Poi, la sera, organizzò una cena in casa sua, invitati tutti quelli che la pensavano come lui e che non avevano paura a manifestarlo apertamente. Tra di loro i farmacisti Ranieri e Giovanni Montanelli, parenti di Giuseppe, ma niente a che fare con lui.
Forse erano tra coloro che lo definivano il diavolo. Molti furono i brindisi in onore di Leopoldo II, quindi venne una valanga di giudizi negativi sul dopo, anche se il dopo era cominciato da poco. La cena, chiassosa, non passò inosservata. Tanto è vero che numerose persone si radunarono davanti alla casa del Banti e inscenarono una contromanifestazione. Il che fece muovere il commesso di vigilanza, il quale le ebbe a definire, quelle persone,"feccia della plebe". Mostrando da che parte stava.
Tra i manifestanti, spiccavano Cenere (Pietro Banti), lo Spacca (Pietro Lotti) e Lucernino (Torello Moriani). Gli stessi che, la sera del giorno dopo, entrarono di prepotenza al "Caffè del Mancino", dove sapevano di trovare la maggior parte di quelli che loro chiamavano retrogradi. E li riempirono d'insulti e minacce. "Retrogradi". "Affamatori". "Per voi è la fine". "Siete morti". "Avreste fatto meglio a seguirlo, il granduca". Tante parole. E tali rimasero.
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