Gioco
«Quell'agguato ha sconvolto la nostra vita»
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Il circolo del Turbone Il padre: ogni volta che ripenso al racconto di mio figlio mi prende l'angoscia
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MONTELUPO. Un agguato contro un bambino. E in quella maglia criminale si è trovato suo figlio. Così il padre del piccolo, che ha raccontato di esser stato rapito e poi rilasciato, si spiega il pomeriggio incredibile vissuto dal figlio tra Pulica e Turbone. Un ragazzino di 11 anni caricato a forza su un'auto da due uomini mentre un terzo era alla guida. Tenuto con la testa all'ingiù e poi rilasciato dopo pochi chilometri a Turbone. Per un motivo ancora tutto da scoprire. I carabinieri della compagnia di Signa e della stazione di Montelupo, coordinati dal sostituto procuratore Vincenzo Ferrigno, stanno verificando l'attendibilità del racconto del piccolo che ha 11 anni. E se all'inizio era emersa qualche perplessità, man mano che il tempo è passato la veridicità del fatto si è sempre più consolidata. Portando dietro di sé varie ipotesi, tutte ancora da scandagliare. Dal gesto di tre balordi, a un rapimento con uno scambio di persona. Ad altri scenari altrettanto inquietanti. Quello che è stato escluso fin dall'inizio è il movente estorsivo. I genitori sono due dipendenti di aziende della zona. Una famiglia normale che mai si sarebbe aspettata di vivere una storia di questo tipo. Una mazzata tra capo e collo. E' il babbo, con gli occhi stanchi, il volto distrutto e una paura addosso ancora tutta da smaltire, a spiegare quello che è accaduto mercoledì verso 16. «Uno tsunami che ci è venuto addosso», dice. «Mio figlio era dalla nonna - spiega - e come ha fatto molte altre volte è andato a piedi da un'insegnante per una ripetizione di matematica». Un tragitto breve e sicuro di poche centinaia di metri. «Se non si può essere tranquilli qui, dove allora possiamo esserlo?» va avanti ancora. Siamo tra Montelupo e Montespertoli in una zona di collina, con villette e pochissimo traffico. Secondo l'idea che il padre si è fatto, è stato qualcosa di premeditato. «I tre lo hanno aspettato - riprende - e l'hanno caricato a forza sull'auto». Due erano a piedi e uno alla guida di un'auto. L'hanno preso di peso e messo con la testa verso il basso. Il ragazzino ha urlato e ha cercato di divincolarsi, come poi ha raccontato ai carabinieri. Il sequestro, sempre secondo quanto ha spiegato il piccolo, si è concluso in poche decine di minuti. A Turbone, i tre, che parlavano in una lingua incomprensibile per il bambino, lo hanno scaricato. Prima del ponte (venendo dalla collina) ha capito una parola di uno dei tre: «Carabinieri, carabinieri». L'auto avrebbe incrociato una gazzella. E da qui la svolta: i rapitori forse si sono sentiti scoperti e lo hanno scaricato. Il ragazzo, che comunque non è stato né picchiato né ferito, è corso dalla nonna. Un paio di chilometri fatti di corsa, correndo all'impazzata. «Meno male che sono passati i carabinieri, li ringrazio. Non so che cosa sarebbe successo a mio figlio altrimenti» va avanti il padre. Poi l'uomo non vuol andare avanti oltre. «Ogni volta che ripenso a quello che mi ha raccontato mio figlio mi prende l'angoscia - dice - spero solo che queste persone siano trovate il prima possibile. Non posso pensare che siano ancora libere». Intanto il bambino, dopo una visita al San Giuseppe, ha incontrato uno psicologo che lo aiuterà a superare quel brutto pomeriggio. Intorno a lui è tornato tutto normale. L'altra sera ha dormito nel letto con i genitori. Ieri mattina non è andato a scuola. A chi gli ha chiesto come stava ha risposto: «Tutto bene». E poi nel pomeriggio ha giocato. Con il sorriso sulle labbra e come se fosse un pomeriggio normale. I suoi 11 anni sono i suoi migliori alleati.
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