Lutto
In biblioteca la presentazione del Glossario leonardiano
La lingua del Genio? Da bottegai
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La biblioteca di Vinci accanto al Museo 2 MINUTI DI LETTURA
VINCI. Sarà una giornata da ricordare negli annali di storia vinciana quella di oggi. Protagonista la lingua di Leonardo da Vinci, con la presentazione del Glossario leonardiano in biblioteca. Nomenclatura delle macchine dei Codici di Madrid e Atlantico, il primo corposo volume stampato da Olschki e realizzato dopo anni di studi a cura di Paola Manni. Professoressa di linguistica italiana all'Università di Firenze Manni ha studiato il linguaggio popolare fiorentino e toscano, con pubblicazioni sulla lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. Ha collaborato alla pubblicazione anche Marco Biffi, ricercatore di Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere dell'Università di Firenze. Arriveranno per la presentazione, prevista per le 10 e 30, Nicoletta Maraschio, presidente dell'Accademia della Crusca, Claudio Giovanardied Elio Nenci. Era Leonardo stesso a definirsi "omo sanza lettere" intendendo con ciò la sua ignoranza della lingua latina per aver frequentato semplicemente la scuola d'abaco, ma la sua lingua è comunque unica e straordinaria, oltretutto ricca di neologismi. «Leonardo - ha affermato Paola Manni - matura le strutture portanti della sua lingua nella Firenze della seconda metà del Quattrocento, e questo è tanto più evidente se confrontiamo i manoscritti del primo periodo fiorentino con quelli successivi. Certamente non è la Firenze di Dante, e le contaminazioni provenienti dal contado si fanno sentire anche nel linguaggio. Alcune particolarità però, inducono a collocare la lingua di Leonardo in ambienti rustici. Leonardo usa ad esempio "diacere" e diaccio" al posto di giacere e ghiaccio, indizi che riconducono alla fanciullezza dell'artista nelle campagne vinciane, ad un'area linguistica pistoiese». In altri termini, il fiorentino di Leonardo non è certamente quello parlato dai cittadini nati dentro le mura della città del giglio, a conferma della lunga permanenza del Genio a Vinci almeno nei primi anni di vita. La studiosa ha esaminato attentamente il linguaggio del Genio anche nelle carte riferibili in altre fonti di epoca tardomedievale. Secondo la studiosa, dalla lingua usata da Leonardo, il Genio si formò in una bottega. «O in un fondaco, comunque in ambienti mercantili, dove la scrittura era strumentale all'attività da svolgere, alla professione della "mercatura - spiega la studiosa - pochi ad esempio i lombardismi, circostanza legata al fatto che Leonardo, quando arriva a Milano, lo fa da emigrante adulto, e la sua lingua ormai è matura».
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