La manifestazione
Lo statista e scrittore empolese: «Lo sviluppo viene ostacolato»
Mezzadri come schiavi
Paolo Santini
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Gino Capponi Così Salvagnoli replicò a Gino Capponi
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EMPOLI. «La colonìa oggimai è un fatto costitutivo della società toscana, anzi fra tutti il principale. Conviene accettarlo come tale». L'opinione di Gino Capponi sulla mezzadria è riassunta da queste poche parole, pronunciate in risposta ai quesiti discussi dal giornale agrario toscano che nel 1833 aveva posto la questione. La mezzadria - secondo il Capponi - era lo strumento mediante il quale fino dal XIII secolo le città toscane avevano conquistato il territorio «da cui - sono parole sue - scomparvero i conti e rimasero i contadini», liberi una volta per tutte dalla schiavitù e sparite le rocche Toscana si frequentava di case sparse e di poderi, sempre più numerosi grazie agli investimenti dei nuovi proprietari cittadini. Per il marchese fiorentino dunque la mezzadria era praticamente una necessità fisiologica per il sistema toscano, un sistema fondato su un equilibrio di mediocrità che rendeva lo stato granducale poco competitivo sul piano internazionale ma che, visto nella dimensione interna, consentiva una giusta divisione della ricchezza, la pace sociale e condizioni di vita accettabili per i contadini, un sistema infine ottimo e necessario, definito addirittura un «caro figlio della libertà». «Ho sempre sospettato venir la colonìa da servitù e non da libertà; serbare ancora i segni della primitiva natura»; è Vincenzo Salvagnoli, con questa provocatoria affermazione formulata nello stesso 1833, ad intervenire nella disputa rovesciando letteralmente il quadro storico tracciato dal Capponi. Ancora una volta l'avvocato empolese si schierava dalla parte dei più deboli. «Come poi non vedere la coda del feudalesimo nella proibizione di vendere la parte colonica senza la licenza del padrone, e molto più nella prelazione del padrone a comprarla? Altri vestigi e profondi della scabbia signorile potrei citare: e il diritto del padrone a prescrivere modi e tempi di cultura; e le comandate; e le regalie». Inoltre, la stretta vigilanza padronale sulla vita privata del mezzadro, il controllo dei matrimoni, del tempo libero, dei comportamenti dei singoli membri della famiglia. Il Salvagnoli individuava nel sistema mezzadrile e nell'isolamento e nell'autonomia dei mezzadri, i principali ostacoli ad ogni progresso tecnico ed economico, indispensabili nella nuova economia generata dallo sviluppo industriale. «Essendo la mia parola d'ordine, "produciamo", - sempre parole di "Cencio" - non posso che affermare la necessità di cambiare sistema. Perché è miseria produrre tanto quanto basta a non morir di fame, è miseria la copia di pochi e la strettezza dei più».
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