Il Tirreno

Empoli

«Il nostro viaggio nell'abisso di Auschwitz»

Salvatore Lagaccia
«Il nostro viaggio nell'abisso di Auschwitz»

Gli studenti nel campo di sterminio nazista: angoscia e rabbia

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 Questo è il resoconto sul viaggio della memoria scritto da Salvatore Lagaccia, giornalista addetto stampa del Circondario, uno degli enti che hanno organizzato il treno che ha condotto centinaia di studenti sui luoghi dell'Olocausto.  Cracovia, gennaio 2011.  Oltre venti ore di viaggio, gli occhi ancora assonnati, scendi dal bus su cui eri salito poco meno di mezz'ora prima alla stazione di Oswiecim, tutto coperto da capo a piedi, e ti ritrovi davanti a una fortezza ricoperta di neve, dove le torrette di guardia sono sempre lì ad incuterti paura. Siamo ad Auschwitz 2, meglio conosciuto con il nome di Birkenau, il campo di sterminio più conosciuto al mondo che, anche nel silenzio che si addice alla sacralità del luogo, continua a destare sentimenti di terrore. Soprattutto fra i ragazzi che, frastornati e increduli, hanno deciso di venire a commemorare quei morti, 65 anni dopo l'abbattimento di quei cancelli.  Ci troviamo di fronte a una superficie di 171 ettari, un'area immensa che accolse oltre 90mila ebrei alcuni dirottati subito dalla selezione nelle camere a gas, altri a lavorare per passare solo dopo dai forni crematori. Comincia la visita ripercorrendo lo stesso tragitto dei deportati. Qui c'erano le baracche della cosiddetta quarantena, lì la baracca con le latrine, lì quelle dove dormivano ammassati fino a 400 deportati. Si visita poi una baracca speciale, quella riservata ai bambini. Si notano sui muri disegni che raffigurano una scuola, altri con altri bambini intenti a giocare. Su un muro annerito dal tempo si legge Bloch 160. Poi la visita si spinge oltre fino alle camere a gas con i crematori, un cumulo di macerie perché fatte saltare dai tedeschi in fuga per cancellare le prove.  Tutto è rimasto intatto, i cartelli con le tibie incrociate con la scritta "Halt - Spojche" che segnalava il passaggio della corrente elettrica nel filo spinato, le baracche di legno, le betulle lungo i viali del campo. Da qui passavano i prigionieri che da quel momento erano considerati stuk, pezzi, oltrepassavano il filo spinato, da dove non sarebbero più usciti. Finita la visita, inizia il corteo verso il monumento dove si tiene la cerimonia.  C'è il governatore della Regione, Enrico Rossi, venuto a rappresentare la comunità toscana insieme a tanti rappresentanti dei Comuni toscani con i gonfaloni. Il Circondario è rappresentato dal sindaco di Montespertoli e delegato ai temi della pace, Giulio Mangani. Il lungo corteo prende a muoversi fino al luogo della cerimonia. In testa il gonfalone di Firenze, medaglia d'oro alla Resistenza seguito da quello della Regione Toscana, della Provincia, poi da altri gonfaloni, che precedono sindaci e amministratori locali. Il suono delle chiarine rompe il silenzio e indica che la cerimonia sta per iniziare.  «Qui il nazismo - dice Ugo Caffaz - si accanì contro il popolo ebraico, qui sterminò i suoi oppositori, milioni di essere umani, al bando le confessioni religiose, le convinzioni politiche, il rispetto delle nazionalità. In questo campo perirono uomini di diverse confessioni, di differenti classi sociali e professionali, vecchi e bambini, sani e malati».  Poi Enrico Rossi: «Siamo nei luoghi dell'orrore, lontano dalla civiltà europea. Qui si consumarono i delitti più mostruosi, qui si compirono atti di disumanità, di violenza, di discriminazione. Occhi, cuore e silenzio sono gli strumenti per scrutare Auschwitz. Mi sento orgoglioso del fatto che tanti ragazzi siano venuti qui. Cari ragazzi, aprite gli occhi e la mente, sono sicuro che saprete giudicare. Uniamo le nostre mani per la pace, sono orgoglioso di avere portato qui alto il nome della Toscana».  I volti dei ragazzi sono tristi, invece di parlare sussurrano. «Confesso di essermi trovata a immaginare - dice Virginia Gianchecchi, dell'Enriques di Castelfiorentino - quel terribile passato e sono stata presa dall'angoscia. E' una esperienza che ti cambia la vita». «Mi chiedo - dice Stefano Cavallaio, del Fermi di Empoli - come sia stata possibile una carneficina di queste dimensioni, non mi rendo conto dell'indifferenza di tanti che potevano intervenire e non lo fecero. Siamo fortunati ad appartenere a un'altra generazione». «Ho studiato tanto per venir qui - dice Chiara Nannelli, del liceo Ss Annunziata di Empoli - e ora tocco con mano la storia appresa dai libri».  Dopo questa visita, i ragazzi non riusciranno a sorridere. Cala ogni tanto un po' di neve, mentre tornano in mente le parole di Guccini, "ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento, nel freddo giorno d'inverno". Versi attuali, come dice la canzone.

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