Gioco
Giovan Santi Saccenti poeta irriverente di Cerreto Guidi
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La casa di Cerreto dove nacque Saccenti 4 MINUTI DI LETTURA
CERRETO GUIDI. La famiglia Saccenti, originaria di Volterra, emigrò a Cerreto Guidi nel corso del Cinquecento, in particolare non prima del 1508, ci dicono le fonti. Nel 1687, da Benedetto di Domenico e da Francesca, nacque Giovan Santi, uno dei personaggi che più lustro hanno dato al paese. I cerretesi, nei secoli, si sono tramandati la storia che accoglie la nascita del poeta notaio nella buia camera della casa di famiglia, situata per l'appunto in via Saccenti. In realtà i documenti sul tema tacciono, o meglio, non si trovano; esiste una certezza, cioè che Benedetto Saccenti sia partito nel 1671 alla volta di Poggibonsi e successivamente, di ritorno dalla cupa Valdelsa, si sia finalmente stabilito a San Donato all'Isola (nei dintorni di Marcignana), nella neonata diocesi di San Miniato, dove era parroco il fratello Paolo. Benedetto e la famiglia rimasero a San Donato fino alla morte del fratello, avvenuta nel 1697; in quell'anno fecero ritorno a Cerreto. Il piccolo Giovan Santi mosse i primi passi nello studio del latino e della grammatica a Cerreto, ma ben presto fu inviato a studiare a Firenze, dai gesuiti; nella città del giglio dimorò presso la famiglia della signora Fortini Sorelli. Dopo gli studi superiori compiuti a Firenze, arrivato il momento dell'università, il Saccenti si trasferì a Pisa per seguire le lezioni nella facoltà di giurisprudenza, dove si laureò in tempi brevi; gli studi giuridici non gli impedirono di coltivare l'amore per la poesia. Intanto, nel 1714 aveva sposato Costanza Braccini, una ragazza cerretese, erede di una famiglia molto in vista nel borgo. Ebbero sette figli, due maschi e cinque femmine, ma nessuno di loro seguì la carriera del padre, mentre ben tre seguirono la carriera ecclesiastica. La strada del Saccenti era stata segnata dal corso di studi, e il nostro concorse più volte all'ufficio di cavalier di corte presso i podestà di diverse città toscane. Nel Settecento, in ogni podesteria, a fianco del podestà, erano presenti due cavalieri di corte, uno per il tribunale civile, l'altro per il criminale; il loro mestiere consisteva nel registrare gli atti da portare in giudizio, e la carica durava generalmente tre anni. Il Saccenti concorse solo e sempre per le cause civili, e lo testimoniano due terzine di un capitolo inviato al giudice di Lari, che lo invitava a cimentarsi nelle più redditizie cause criminali: «Io non vo' per materia dell'Uffizio/né falsità, né furti, né percosse/ né stupri, o qualche peggio infame vizio./ Inquisite la gente, condannate,/giustiziatela pur, ma in grazia almeno/gli altri a far come voi non consigliate». Eloquenti e caustiche le parole del "Sere" cerretese, al quale non mancarono mai la vis polemica e un'arguzia davvero fuori del comune. Il fatto è che il Saccenti conosceva bene la corruzione e la crudeltà dei metodi utilizzati all'epoca nell'amministrare la giustizia criminale, e sempre ne rigettò le lusinghe professionali ed economiche. Esercitò le sue funzioni in molte città toscane, Arezzo, Barberino del Mugello, Colle Val d'Elsa, Pistoia, Prato, Campi Bisenzio, Volterra, con un intermezzo nella Terra del Sole, oggi in provincia di Forlì, sede di un vicariato importante in quanto al confine con lo stato pontificio. Tornava spesso a Cerreto, dove risiedeva la famiglia ed era conteso in qualità di poeta da tutti i notabili del paese. Fu in occasione di un pranzo consumato nella villa medicea in onore e alla presenza del granduca che improvvisò l'audace e irriverente - soprattutto se pronunciato al cospetto di un regnante - sonetto "La Politica". Morì a 62 anni il 22 gennaio 1749 e fu sepolto nella chiesa di Santa Liberata a Cerreto. Paolo Santini FESTA IN VILLA Versi scomodi per il Granduca «Una Matrona che patisce d'Etica,/che sol dei Grandi nelle case pratica,/ parla aggiustata più che la Grammatica,/ e squarta zeri più che l'Aritmetica;/ Ha più finzioni dell'Arte Poetica,/ ha più misure della Matematica,/ ha faccia Megarese, e par socratica,/ Zelante a prima vista, in fatti eretica./ Par religiosa, e pur di fede è Gotica,/ Mostra d'amar la pace, e sempre litica,/ è più fina d'ogni altro, e fa la zotica./ Lesta a raccorre, a seminare stitica,/ha la coscienza con tanto di cotica;/ Eccovi dimostrata la Politica». Giovan Santi Saccenti declamò questo sonetto davanti al granduca, durante una festa in villa. Immaginiamoci i commenti, ma l'arguto notaio evidentemente non temeva reazioni, ritenendosi titolare di "licenza" poetica.
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