Attenzione
Quella lunga notte passata a difendere la Casa del popolo
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Il sindaco Angiolo Cecconi (a sinistra) e lassessore Paolo Benvenuti 3 MINUTI DI LETTURA
FUCECCHIO. La prima televisione in bianco e nero, appoggiata sul bancone, tanti fucecchiesi l'hanno visto al Circolo ricreativo della Casa del Popolo, quando era in piazza Montanelli nei locali dell'ex Casa del fascio. Sul retro c'era una pista di pattinaggio, oppure vi si ascoltava la musica da ballo seduti ai lati. Erano gli anni Cinquanta. Ma il 20 settembre 1954 arrivò lo sfratto forzato. In quanto le ex Case del fascio - dove il trapasso/appropriazione era sembrato naturale, alla fine della seconda guerra mondiale - erano diventate di proprietà dello Stato. Che le stava riconvertendo in scuole, o in caserma: come in questo caso per i Carabinieri (che erano in piazza Vittorio Veneto). Ho ritrovato, da foto Orsini, copia di come nell'ottobre 1954 raccontò il traumatico fatto la rivista "Vie Nuove": tre pagine con foto a colori. Ho memoria anch'io di un pomeriggio al calor bianco, a parole tra delusione e rabbia. Come appena accaduto a Vinci e Certaldo. All'annuncio dell'imminente sfratto, sul terrazzo che dà su piazza Montanelli, vennero esposte le bandiere delle organizzazioni di sinistra, che avevano sede all'interno da una decina d'anni. Fu una notte di veglia, in attesa della Polizia che la mattina dopo era attesa alle ore 8. «Bussano tre volte, e chiedono di aprire. Ma noi non si risponde» diceva in tono convinto Benassai, segretario della sezione comunista. E aggiungeva: «Dovranno trovare uno scassinatore, perché i fabbri non lavoreranno, terranno la bottega chiusa». E ancora, come ultima opportunità: «Possiamo cedere alla forza, ma non riconoscere quel diritto». Con lui c'erano Silvia, la segretaria dell'Udi (Unione donne italiane); Ivano Pellegrini, della Camera del lavoro, Canidino, ovvero Candido Guerrieri presidente del Circolo ricreativo. E i mezzadri, gli operai dei calzaturifici, le operaie dalla Saffa fabbrica dei fiammiferi. Sindaco a Fucecchio era Angiolo Cecconi, che - accanto all'assessore Paolo Benvenuti, nella foto in municipio - teneva sopra il gonfalone la divisa di Giuseppe Montanelli, che combatté con i volontari toscani a Curtatone e Montanara nella prima guerra d'indipendenza. La mobilitazione, con tanta gente anche in piazza, determinò un prudente ritardo della polizia; mentre nel piazzale (piazza XX settembre) stazionavano già le camionette della Celere con gli idranti. Il tempo fu utile alla ragione, anche perché gli occupanti della Casa del Popolo si erano messi a cercare un'altra sede. C'era poco da scegliere: l'albergo Torino. Ma per affittarlo occorrevano soldi, non promesse: tanti soldi. 15 milioni, 7 subito e gli altri 8 in 8 rate mensili. Il paese, con le frazioni, aveva circa 13 mila abitanti. Facciamo una sottoscrizione, disse qualcuno. I titolari di piccoli calzaturifici misero le firme a garanzia (uno si chiamava "Stella rossa"). Commerciati e artigiani offrirono soldi in prestito, 100 mila lire. L'esempio fu contagioso: un pensionato donò l'importo di un mese, una donna rinunciò al cappotto nuovo per l'inverno, e così via. In poco più di mezz'ora vennero raccolti un milione e 16 mila lire. Prima di sera erano stati raccolte gli iniziali 7 milioni di lire, 3 e mezzo in contanti e altrettanti in cambiali. A mezzanotte fu firmato il contratto, e le bandiere traslocarono da piazza Montanelli al terrazzo dell'albergo Torino, (oggi sede dell'enoagricola Menichetti, in via Dante). Poi ci fu la fase successiva, l'acquisto di un mattone per la nuova Casa del popolo/circolo Gaetano Pacchi: mille lire, una giornata di lavoro di 10 ore. Luciano Gianfranceschi VIA DELLA CONCIA Quando si ballava alle Colonnine FUCECCHIO. La nuova Casa del Popolo, in via della Concia, perché non aveva l'accesso consentito da via Roma, era penalizzata dal non poter servire alcolici. Mentre nei bar/bettole a quei tempi, si beveva forte, soprattutto vino sciacquabudelle. Al pianoterra, c'erano la sala della televisione, quella del biliardo, e una stanza quasi sempre chiusa dal di dentro perché ci giocavano a carte. Ragazze soltanto la domenica, e al dancing - di successo - "Le Colonnine", ora sede del bar, che aveva i quotidiani locali,oltre a quelli politici. Successivamente fu costruita la sala da ballo La Nuova Era, poi venduta a un privato. L.G.
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