Il Tirreno

Empoli

Strage con troppi impuniti

Nella foto a sinistra la tabaccaia di Pratogrande, sopra e in basso a sinistra due cippi che ricordano alcune delle vittime dell’eccidio sotto un gruppo di testimoni della strage al processo Strauch in alto uno scorcio del Padule (foto Marco Matteoli)
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Nella foto a sinistra la tabaccaia di Pratogrande, sopra e in basso a sinistra due cippi che ricordano alcune delle vittime dell’eccidio sotto un gruppo di testimoni della strage al processo Strauch in alto uno scorcio del Padule (foto Marco Matteoli)

Si ha l'impressione che gli ultimi a finire sul banco degli imputati, per la strage nazifascista del Padule di Fucecchio, del 23 agosto 1944, siano tre vecchietti tedeschi, novantenni

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FUCECCHIO. Si ha l'impressione che gli ultimi a finire sul banco degli imputati, per la strage nazifascista del Padule di Fucecchio, del 23 agosto 1944, siano tre vecchietti tedeschi, novantenni. E che i colpevoli maggiori, responsabili di nefandezze, l'abbiano fatta franca, non per combinazione, ma perché troppi hanno chiuso gli occhi quando, invece, avrebbero dovuto tenerli aperti bene. Altro che armadio della vergogna. Le storie dei marescialli Alfonso Pitroch e Martin Petschel sono emblematiche. Il 13 febbraio 1946, il procuratore generale militare Borsari trasmette gli atti dell'eccidio, soltanto zona di Ponte Buggianese (Pratogrande, Capannone e Fattoria), al Ministero della Guerra per le determinazioni di sua competenza. I morti sono numerosi.

Tra quelli di Pratogrande, la diciassettenne Sandra Settepassi, di Massarella (Fucecchio), figlia del proprietario della tabaccaia, in cui si ha il maggior numero di vittime della zona. E suoi conoscenti. Il 12 luglio 1946, i carabinieri si vedono arrivare una richiesta di informazioni.  Rispondono qualche giorno dopo: «Nessun fatto preciso che possa, in modo inoppugnabile, gravare sui due marescialli tedeschi, in quanto nessuno è in grado di attestare circa la loro responsabilità in ordine ai predetti eccidi». Aggiungono che il presidio di Ponte Buggianese era comandato da un tenente, di cui ignorano il nome, ma che assolvono sostenendo che «non infierì verso la popolazione». Anzi, «si dimostrò simpatizzante verso gli italiani» (sic). Precisano che aveva come vice il maresciallo Pitroch, «il quale in effetti era di carattere duro e sprezzante». Non si va oltre.

Eppure, in municipio, dal settembre 1944, esiste una documentazione, messa insieme dall'allora sindaco Aristide Benedetti, che potrebbe servire per un'indagine più approfondita. Ma nessuno la cerca. Pitroch è a perfetta conoscenza della strage, perché coinvolto. Da lui vanno il sacerdote don Giulio Tognarelli e il segretario comunale Emilio Fernando Fabeni. Vorrebbero seppellire i morti nel cimitero, dopo l'assoluzione. Pitroch ha già detto di no al dottor Baldi. Ha fatto una sola concessione. E gli sembra già tanto: la cura dei feriti. Ai due giustifica il no così: «In base alle leggi internazionali, non ritengo necessaria l'assoluzione, dal momento che noi consideriamo quei morti dei banditi».  «Non erano banditi. Ma gente inerme. Bambini, anziani, donne», obietta risentito il sacerdote. E il segretario comunale: «L'assistenza religiosa non si nega neanche agli assassini». Pitroch si stringe nelle spalle. Così ha deciso e così deve essere. Pochi giorni dopo Pitroch non c'è più. La Procura Generale Militare accerta che è un criminale di guerra. Ma nessuno lo cerca. Non è che lui si nasconda come altri.

A un certo punto, subito dopo la Liberazione, lo si trova a Roma. Dove non fa vita appartata. Continua a scrivere libri. Ne ha scritti. Il primo conosciuto risale al 1941: "Aspetti della nuova legislazione germanica". Il secondo è dell'anno dopo: "La disciplina e l'assistenza del lavoro in Germania". Del 1963, invece, è "Goethe fanciullo" di Peter Olman. In cui ha curato introduzione, note indicative ed esplicative, esercizi, dizionario di oltre 4mila parole e nozioni di grammatica. Quando ci si decide a processarlo è già morto. A Roma. Sicché si passa al decreto d'archiviazione da parte del Gip di Napoli. Se la cava anche il maresciallo Martin Petschel. Lo stesso procuratore generale militare Borsari, il 29 aprile 1947, si rivolge al D.J.A.G di Padova. Chiede se a carico di Petschel «siano in corso accertamenti per stabilire se il medesimo abbia preso parte all'eccidio di Ponte Buggianese». La risposta: «Sebbene non ci siano prove definite sembra molto probabile che egli prese parte a questo eccidio.

E' stato segnalato come ricercato ma non è in custodia britannica. Sarei lieto voi voleste darmi qualsiasi informazione che potrebbe aiutare nel rintracciarlo». Ma, il 19 maggio, Borsari fa sapere: «Non possiedo altri elementi per l'identificazione del criminale di guerra in oggetto». Petschel rimane ancora un po' nella lista dei criminali di guerra. Il suo fascicolo viene inviato all'ambasciata di Germania. E lì sta, pratica inevasa. Anche quando la Procura Generale Militare apre il procedimento contro il maggiore generale von Luettwitz e i colonnelli Crassmann e Witzleben per "violenza con omicidio" nel Padule di Fucecchio, 175 i morti (a quel tempo non si conosceva il numero esatto e ci si limitava a dire centinaia) non si fanno i passi giusti. «S'accusa von Luettwitz, - dice lo storico Claudio Biscarini - che aveva lasciato il comando della divisione il 15 luglio 1944 - soltanto perché quelli della 78º Section Investigatio Branch hanno trovato i famosi cartelli indicatori Lut/Stra». C'è, è vero, un cambio di rotta, il riconoscimento dell'errore, ma inspiegabilmente si tiene fuori von Bernstorff, che ha la possibilità di vivere tranquillo e di morire nel suo letto quasi centenario. «Su von Bernstorff - rileva Biscarini - grava l'accusa d'aver controfirmato, come capo di stato maggiore divisionale, l'ordine 'Vernichten' di Crasemann».

E fuori rimane il famigerato tenente Tillmann (da tutti indicato come uno dei più sanguinari), cercato da Biscarini e dal sottoscritto in Germania con il risultato di sentirsi rispondere: «E' morto da poco nella sua abitazione di Amburgo». Com' è andata a finire, lo si sa da tempo. E' andata nel peggiore dei modi, senza che la giustizia abbia prevalso in pieno. Il 23 settembre 1948, il Tribunale militare di Firenze condanna a 6 anni di carcere il capitano Strauch, comandante del reparto esplorante della 26.a Panzer-Division, responsabile della strage, e a 12 anni il colonnello (poi divenuto generale) Peter Eduard Crasemann per averla ordinata. Strauch, però, il 13 dicembre 1949 ottiene il condono della pena e può essere libero dal 30 dicembre. Ciò perché, nel computo degli anni di carcere, gli sono stati considerati quelli trascorsi a Bellaria di Rimini. Crasemann, invece, muore il 29 aprile 1950 nel carcere di Wril, zona britannica della Germania.  Ora sul banco degli imputati sono finiti Fritz Jauss, maresciallo con incarico di comandante della Squadra Rinforzata di Compagnia presso la 26.a Divisione Corazzata; Ernest August Arthur Pistor, capitano con incarico di ufficiale d'ordinanza; Johann Robert, sergente con incarico di comandante di mezzo corazzato. Un po' poco. E tardi. Troppo tardi.

Stessa sorte della maggior parte delle stragi nazifasciste avvenute, in Toscana, tra il 1943 e l'estate del 1944. Una scia di sangue sconvolgente, figlia di una ferocia e di un odio inauditi. Da Sud a Nord. Lungo il percorso della ritirata tedesca. Quasi 5mila vittime. In gran parte, bambini, donne e anziani. Rare le rappresaglia. Soprattutto, azioni di guerra, ideate per creare terrore nella popolazione e avere, quindi, la possibilità di ritirarsi senza problemi. I tedeschi avevano paura di certe zone. Una era il Padule. Pensavano che fosse pieno di partigiani. In realtà, la formazione, guidata da Aristide Benedetti (pochi uomini) s'era allontanata, a causa delle cattive condizioni di salute del suo comandante, costretto al ricovero nell'ospedale di Pescia.

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di Redazione web