Il Tirreno

Empoli

Barbiere-scrittore racconta 60 anni di storie del suo paese

Eugenio nello studio tra i suoi scritti
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Eugenio nello studio tra i suoi scritti

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MONTELUPO. Da giovane balilla a ritrovarsi col padre deportato nei campi di sterminio in Germania. Da "uomo di sinistra senza tessere di partito in tasca" a membro attivo nell'Aned di Empoli (l'associazione nazionale degli ex deportati) nelle scuole del territorio per raccontare gli orrori vissuti nei lager nazisti, tra cui quello di Ebensee, dove il padre Dino visse sedici interminabili mesi di prigionia. Vittorio Grazzini ha bisogno di poche presentazioni. A Montelupo è conosciuto da tutti come Eugenio e per tanti anni è stato titolare insieme al padre di una storica barberia di paese, ancora oggi presente in piazza della Libertà, a due passi dal centro storico.  Due anni fa ha pubblicato il libro "8 marzo 1944: il segreto!", un racconto-memoria sull'esperienza vissuta dal padre. Il ritorno a casa che si intreccia indissolubilmente ai ricordi di altri due deportati come il maestro elementare Giuseppe Lami (deceduto nei mesi di prigionia) e di Giuseppe Baroncini, il medico e amico di famiglia dalle idee liberali. Negli ultimi mesi Vittorio Grazzini ha sentito l'esigenza di proseguire nella narrazione. Così ha dato vita alla prima parte dell'opera "Gli ottantanni di un montelupino".  «Un lavoro complementare al libro e all'esperienza tragica vissuta da mio padre - racconta l'autore - in cui ho intrecciato storia personale e fatti accaduti in Italia che hanno segnato anche la vita e il tessuto sociale di Montelupo. Al momento sono arrivato agli anni Settanta ma ho già in mente la traccia per i trenta anni successivi». Un'attività instancabile che Eugenio Grazzini, oggi settanatanovenne, porta avanti con passione, dividendo il suo impegno tra la casa in centro a Montelupo e la bellissima villa Vannucci, ex residenza del Granduca di Toscana, sulla strada per Botinaccio.  All'interno Eugenio ha uno studio ben curato e una vecchia macchina da scrivere. E tra centinaia di carte e di libri ha dato vita ai suoi ricordi.  «La mia memoria - spiega - nasce con l'obiettivo di rendere indelebile quello che accade nell'Empolese e nei comuni limitrofi all'epoca della deportazione. Era l'otto marzo 1944 quando dalla stazione ferroviaria di Firenze, con il trasporto 32, furono deportati molti cittadini nel campo di concentramento di Mautahusen. Purtroppo molti di loro non fecero più ritorno. All'epoca frequentavo il secondo anno dell'avviamento al lavoro nella scuola Leonardo da Vinci di Empoli. Mio padre fu caricato in un pullman per Firenze e poi in treno per la Germania. Non riuscii nemmeno a salutarlo». La vita che cambia di colpo. La spensieratezza giovanile che lascia spazio al dolore e all'angoscia. La paura di non poter più riabbracciare il babbo tanto caro. «Dal giorno successivo all'arresto non andai più a scuola - continua Grazzini - e rimasi nella barberia di mio padre. Amavo quel lavoro, ma a 13 anni mi ritrovai a gestire il negozio senza aver avuto nemmeno il tempo di imparare». Fu proprio il lavoro di barbiere a contribuire a salvare la vita a babbo Dino. Che da Ebensee fece ritorno dopo la liberazione del lager. «Per cinque anni mio padre non ha voluto raccontare gli orrori vissuti - continua - sopratutto per la paura di non essere creduto e per il grande dolore che portava dentro. Nel 1950 però, decise di iniziare a rendere pubblica la sua esperienza e accompagnò per la prima volta i familiari dei deportati nei campi di concentramento. Non so come abbia fatto a vivere a quelle vicende ma il mestiere di barbiere all'interno del campo di concentramento, in un modo o nell'altro, gli salvò la vita».

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