Sicurezza
La pista: un regolamento di conti
F.T.
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Il cadavere di Massimo Stepich, dopo essere stato ispezionato dalla scientifica, viene coperto con un telo prima di essere portato via dentro una bara La vittima era stata arrestata per droga e anche per un tentato omicidio
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EMPOLI. Massimo Stepich, freddato con uno sparo al cuore, era già noto, nonostante i soli ventidue anni, alle forze dell'ordine. Il ragazzo infatti aveva diversi precedenti per vari reati, legati agli stupefacenti e non solo. Ma nel novembre del 2008 era stato anche arrestato nel campo nomadi di San Miniato Basso per il pestaggio di due fratelli, avvenuto poche settimane prima al Terrafino. Solo il passaggio di alcune auto impedì agli aggressori dei fratelli empolesi Giuseppe e Giovanni Fois di ammazzarli a colpi di crick e martello. Massimo Stepich, allora ventenne, Michele Stepich e Franco Cavazza, tutti giovani di etnia sinti, vennero accusati di essere i responsabili di quello che doveva essere un vero massacro. Per i tre l'ipotesi di reato era di tentato omicidio in concorso fra loro. A muovere gli inquirenti su quella pista fu proprio uno dei due fratelli Fois, Giovanni, che pur ridotto in fin di vita dalle martellate e dai colpi di crick riuscì comunque a dire ai soccorritori «sono stati i nomadi», indicando anche il nome di uno di loro. Da lì iniziarono le indagini di polizia e carabinieri, fino agli arresti. Il massacro avvenne la sera di sabato 27 settembre, poco prima delle 21, in via I Maggio, nella zona industriale del Terrafino. La Punto dei Fois venne inseguita e "chiusa" da una Golf, con una manovra spericolata, da telefilm americano. Quindi, mentre Giuseppe Fois, che era sul sedile del passeggero, riusciva a scendere dall'auto ed a dileguarsi nei campi, il fratello maggiore, Giovanni, veniva letteralmente "estratto" dal finestrino della macchina spaccato con una martellata e poi massacrato. Lo picchiarono a sangue con un grosso martello da muratori, un crick e un "pugno di ferro", spaccandogli la mascella, le costole, la testa. Solo per pochi millimetri i colpi al cranio non lo uccisero. E il passaggio di alcuni automobilisti, che segnalarono al 113 una rissa fra automobilisti, impedì che fosse portato a compimento il disegno criminale. Quando si videro scoperti, gli aggressori fuggirono, non prima di aver distrutto a martellate la Punto dei Fois e di avere lasciato a terra, privo di sensi e in una pozza di sangue, il maggiore dei due fratelli. Sul posto intervennero la polizia e la Misericordia e, riprendendosi per un attimo, Giovanni Fois riuscì a parlare dei nomadi. In zona furono ritrovati il grosso martello, il crick e il "pugno di ferro". La polizia, grazie ad alcuni collegamenti emersi immediatamente, chiese la collaborazione dei carabinieri di San Miniato che, grazie ad un ricco archivio delle presenze di nomadi sul territorio della Provincia di Pisa, collaborarono a mettere insieme i tasselli. Adesso gli inquirenti non si sbilanciano. Parlano soltanto di «indagini a 360 gradi». Ma è probabile che cercheranno di risalire al responsabile (o ai responsabili) dell'omicidio partendo proprio dal passato di Stepich, andando a scavare nei suoi numerosi precedenti per individuare una pista da battere, un indizio che porti a nomi e cognomi. Il punto di partenza non può che essere questo. Anche perché sembra che nessuno degli abitanti di via Tino da Camaino abbia visto o sentito qualcosa di strano. Questo fa pensare che il colpo sia stato esploso da un'altra parte e poi il corpo sia stato scaricato lì - a due passi dal pronto soccorso empolese - soltanto in un secondo momento.
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