Attenzione
Lo Stato chiede scusa a Cesaretti
Luciano Menconi
In carcere per uno scambio di persona, sarà risarcito per ingiusta detenzione
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EMPOLI. Ci sono voluti un anno di tempo, la fortuna di essersi affidato ad avvocati in gamba e tanta forza d'animo. Ma finalmente ha ricevuto, almeno dal punto di vista simbolico, quello che gli spetta. Luca Cesaretti, il giardiniere di 41 anni finito in carcere per un clamoroso scambio di persona, ha ottenuto dallo Stato italiano il riconoscimento di un diritto sacrosanto: quello al risarcimento per l'ingiusta detenzione a cui è stato sottoposto a causa di un pacchiano errore giudiziario. Un risarcimento per certi versi ridicolo data la modica entità della somma ma comunque importantissimo, perché suona come un atto di scuse, da parte di chi è chiamato ad amministrare la giustizia nel nome del popolo italiano, nei confronti di un cittadino vittima di una violenza inaudita. La storia di Cesaretti è conosciuta in tutta Italia: giornali e tv ne hanno parlato per settimane. Il suo caso è diventato una specie di emblema di come assurdi e infernali possano essere i meccanismi della giustizia. Tutto iniziò giusto un anno fa, il 9 luglio 2009, quando i carabinieri gli si presentarono in casa per eseguire un mandato di cattura internazionale emesso da un giudice tedesco. Secondo l'accusa Cesaretti sarebbe stato responsabile di una serie di furti commessi in giro per l'Europa. In particolare avrebbe compiuto un colpo al castello di Pullach in Germania l'11 agosto 2002, poi un secondo il 27 luglio 2003 in un appartamento in Austria, e poi un altro il 29 agosto 2006 in una villetta a Monaco di Baviera. A dimostrarlo ci sarebbero state impronte digitali e tracce del suo dna sui luoghi dei delitti. In realtà Cesaretti con quei furti non c'entrava nulla, quando venivano commessi stava lavorando tra Empoli e Fucecchio come dimostravano le fatture consegnate ai clienti e più di un testimone pronto a giurarlo, e poi non era pregiudicato per cui nessuna banca dati poteva possedere le sue impronte e il dna. Allora perché secondo la polizia tedesca era lui l'autore di quei colpi? La risposta è: per un clamoroso errore giudiziario. Qualcuno si era impossessato della sua identità, ne aveva trascritto i dati anagrafici su documenti contraffatti e poi se ne era andato in giro per l'Europa a commettere reati. Quando il vero ladro venne fermato in Austria dopo il secondo colpo, venne schedato dagli archivi della polizia come l'italiano Luca Cesaretti: il volto, le impronte e il dna del malvivente vennero associati al nome e ai dati anagrafici del giardiniere empolese. Così quando le tracce del ladro furono ritrovate sul luogo del terzo delitto, per la polizia erano quelle di Cesaretti, nei cui confronti scattò la condanna a 10 anni e 2 mesi di reclusione comminata dalla pretura di Rosenheim per furto aggravato e continuato. Bastava controllare la carta di identità del falso Cesaretti per verificare che il volto del ladro non era il suo. O bastava fare un'altrettanto semplicissima verifica con le impronte digitali per capire che c'era stato uno scambio di persona. Passarono cinquanta giorni prima che il madornale errore giudiziario fosse chiarito. Per questo ora lo Stato paga. Luca Cesaretti preferisce non dire la cifra esatta che gli è stata riconosciuta dalla corte di appello di Firenze, a cui l'avvocato Antonio D'Orzi e la collega Luisa Tamburini dello studio Avvocati di Empoli avevano presentato richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. È una somma comunque modesta se rapportata alla gravità di quanto accaduto e che comprende sia i danni morali subiti dalla sua famiglia sia i danni economici alla sua attività di artigiano sia il risarcimento per la vessazione rappresentata da 18 giorni in carcere da innocente. «Il male che mi è stato fatto non ha prezzo - sottolinea Cesaretti - ho vissuto un'esperienza terribile. Non posso dimenticare l'incubo che sono stato costretto a vivere. Il carcere è devastante. Ancora adesso non riesco a dormire bene. E poi l'aver dovuto convivere con la paura, i sospetti della gente che all'inizio non credeva alla verità, le conseguenze sul lavoro. Comunque questa sentenza mi rasserena un po'. Anche se l'entità del risarcimento è quella che è». Il prezzo pagato dallo Stato per chiedere scusa al cittadino Cesaretti si qualifica da solo. «Mi spettano 251 euro per ciascuno dei 18 giorni che ho trascorso a Sollicciano - spiega lo stesso Cesaretti riferendosi al risarcimento relativo alla sola detenzione, esclusi i danni morali riconosciuti alla famiglia - e 111 euro per quelli, una trentina, che ho passato ai domiciliari». Il totale è presto fatto: circa 8mila euro. «Certo che mi aspettavo di più - aggiunge - ma adesso voglio solo dimenticare quello che mi è stato fatto. Grazie alla famiglia, agli amici, a chi lavora con me, sono potuto tornare a fare una vita normale, ma è stato molto difficile, ed è ancora ora non facile. Per esempio andare all'estero: qui in Italia ormai tutto è chiarito, ma chissà che altrove non ci siano banche dati non aggiornate che magari mi possano farmi ritrovare nei guai». Ma perché non ha chiesto i danni anche alla giustizia tedesca? La risposta la dà l'avvocato D'Orzi. «Il procuratore generale - spiega il legale - aveva chiesto alla corte di appello di non riconoscere il risarcimento perché l'errore della giustizia italiana era stato conseguenza di quello compiuto dalla magistratura tedesca. Se la corte avesse accolto questa tesi, avremmo proceduto contro la giustizia di Berlino».
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