Il Tirreno

Empoli

Il vino, l'olio e il pane tra Cerreto e Fucecchio

Lo stoccafisso è uno dei piatti tipici fucecchiesi
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Lo stoccafisso è uno dei piatti tipici fucecchiesi

Le vicissitudini dell'antico Colle di Pietra e il misterioso fatto di sangue del febbraio 1929

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La cucina di Fucecchio s'identifica con quella povera della Toscana: da pasta e fagioli o ceci alla zuppa di pane nella variante del pancotto, dal ministrone alla zuppa di cipolle, dalla trippa al buricco (buristo), dalla polenta a palle o a fette (insaporita con olio e formaggio, o con sugo di coniglio, o da un'aringa) al baccalà in umido e allo stoccafisso, dalle salsicce ai fegatelli di maiale. Nella frazione Ponte a Cappiano imperavano le anguille "in ginocchioni" e i ranocchi fritti. Da non dimenticare le chiocciole in umido. Tra i dolci vanno considerati gli zuccherini: si dice che possano essere figli dei brigidini di Lamporecchio o, addirittura, padri. L'impasto è lo stesso: farina, zucchero, uova e anice. Tipica, almeno per la forma, anche la schiacciata di Pasqua. di Riccardo Cardellicchio  Prese a correre. E rideva. E gridava. «Grazie», disse a un certo punto - sorriso bambino. Veniva dalla grande città. Tutto in lei sapeva di grande città. Si erano conosciuti a una mostra di pittura, l'artista un amico comune. Si erano rivisti, poi, in Versilia. E l'aveva invitata per settembre. «Un tuffo in un angolo del Valdarno». Lei aveva accettato. Era arrivata un martedì, tempo buono, l'aria pulita che rende netti i profili dei poggi. Decisero di camminare. Lei voleva camminare. Voleva respirare un'altra aria.  Voleva riempirsi d'immagini diverse, quasi volesse essere quietata da quelle immagini. Voleva dimenticare i muri violati dallo smog. Liberarsi del cemento.  «Raccontami questa terra», gli disse mentre camminavano in Barbugiana, e scorgevano gente nei campi e su per i poggi, curve dolci, delicate. Scorci d'artista. E gliene venivano in mente. Le parlò del lavoro dei contadini, del rito della vendemmia, della raccolta delle olive, della mietitura, delle veglie sull'aia. Le dette immagini custodite dalla sua memoria.  Frammenti di ricordi e di racconti, legami indistruttibili. «Mio nonno materno, commerciante, andava in bicicletta a ricevere il vino. Ricevere, diceva, ed era un modo di dire. Veniva su per queste colline del Cerretese, e tornava sempre con un fiaschetto di bianco e uno di rosso, e lo faceva assaggiare alla famiglia, a tutta la famiglia, e voleva sapere che ne pensassero, grandi e piccini, e poi lui tirava le conclusioni, e ripartiva il giorno dopo, sempre in bicicletta, con la decisione presa. Non sbagliava un colpo. E glielo dicevano, gli avventori. Gli chiedevano dove lo prendesse quel vino buono, e lui faceva il prezioso. Si limitava a dire che non bisognava andare lontano, nel Chianti, per avere il vino buono. Quello che ti scivola morbido sulla lingua, che non ti lascia l'aspro in gola. Ma va giù bene sia che tu lo beva a tavola, sia che tu lo prenda al banco, o come aperitivo. Offriva sempre un bianco come aperitivo, mio nonno. D'inverno, imperava il rosso, perché il mangiare era più corposo: c'era il maiale da ammazzare e, la domenica, arrivava la carne. E i conigli in umido c'erano. E i polli arrosto. E la polenta. E la zuppa di pane. E il pancotto. D'estate il bianco, il bianco fresco - mantenuto tra blocchi di ghiaccio avvolti nella balla - con il mangiare più leggero. Voleva il pesce, d'estate, mio nonno. E la panzanella. E la pappa al pomodoro. E insalate di pomodori mezzi acerbi. Diceva, mio nonno: basta fa' pohi chilometri, salì su quarche collina, e lo trovi il vin bono. Lui prendeva soprattutto la via di Barbugiana, la sua via del vino. Qualche volta andava per le Grotte e saliva fino a San Zio. Ma non mancava di far tappa, ogni tanto, a Colle Alberti. Che divertimento quando infiascava. Adoperava sempre fiaschi rivestiti con il sarello. L'olio andava al frantoio, a prenderlo. Dai Borgioli, andava. Lì a due passi. E di quello portava una bottiglietta a casa, e lo faceva assaggiare su fettine di pane abbrustolite. Il giudizio di tutti, e poi, via di nuovo in bicicletta a fare l'ordinazione. Gli piaceva che frizzasse. Quello nuovo, gli piaceva».  Lo ascoltava concentrata. Le raccontò le sue giornate a mietere il grano, da contadini amici, tra la polvere che si appiccicava dappertutto per via del sudore. E la stanchezza, la sera, tagliava gambe e braccia. E toglieva l'appetito. Ma lui ce la faceva a buttarsi sul tegame con il papero in umido, le patate a fare da contorno. Dio, quante fette di pane sparivano, fette del pane cotto dalla massaia, il lunedì, per tutta la settimana. Fette lunghe e compatte.  E le raccontò le sere sull'aia dei contadini amici. La fisarmonica suonata senza sosta da uno - uno zoppo - che veniva da un paese vicino, e s'accontentava d'un piatto di minestra, un mezzo litro d'acquetta, un paio di biscotti che sapevano di brigidino e, per finale, un mezzino di vin dolce. Un ballo tira l'altro, e lui con la ragazzina, la minore d'una nidiata tra fratelli e sorelle. Una che stava sulle sue per timidezza. Tacque di colpo, un velo di malinconia negli occhi. Lei gli sfiorò una mano, un gesto che gli fece piacere. Poi si spostarono in Valpinzana e lui indugiò sul rio dispettoso (d'autunno e d'inverno), con le sue piene improvvise, gli straripamenti, ma anche su una storia misteriosa di una vita fa.  Era una sera di febbraio del 1929, l'anno della grande nevicata, quando avvenne l'omicidio. L'uomo - un Masoni - fu ucciso di ritorno da veglia, una fucilata dove poi avevano fatto crescere un cipresso. «Guarda, è quello, a destra. Dall'altra parte del ciglione». Tanta gente indagata, nessun colpevole certo. I sentimenti mischiati alla politica. Gelosie. Rivalità.  Tanta sofferenza per anni, ferite difficili da sanare. S'infilarono nel bosco del Lisi, presi dall'odore dei pini maestosi. Poi toccarono Casa al Vento. E lui raccontò - meravigliandola - che è luogo antico, quello. Che era stato un Comune sulla via Francigena.  Collis Petre. Colle di Pietra. Cinque popoli: San Leonardo a Ripoli, San Bartolomeo a Gavena, San Martino di Petriolo, Santo Stefano di Corliano, Santa Maria di Gonfianti (Bassa). Tutti ora in comune di Cerreto Guidi. L'occhio può andare lontano da lì. Si domina la valle dell'Arno. Il fiume: una riga irregolare tra campi e case.  E il Monte Serra - nero, sullo sfondo - stuprato dai ripetitori di radio e televisioni. Poi scesero nuovamente nella vallecola. Lei era stanca. Non sazia. Il tramonto li sorprese nel cipresseto di Montellori. Lei si guardò attorno. Un brivido la scosse. Un brivido di piacere. Se n'accorse dal sorriso che le apparve sulle labbra senza trucco.  Il giorno dopo salirono a Poggio Tempesti, una chiesa e un pugno di case.  «È una terrazza» disse. Una terrazza sul padule, un tempo lago per dare gran copia di pesce a Firenze, delimitato dal Montalbano, dalla Svizzera Pesciatina, dalle Pizzorne e dalle colline delle Cerbaie. Un bacino immenso, un'area umida importante. Poi, tra vigneti, eccoli verso Cerreto Guidi. Lei come presa da un sogno. «Parlami di Isabella». Isabella de' Medici, la figlia del granduca Cosimo I. Donna piacente. Non un'oca. Finita male.  Finita male per non sottostare alle leggi del maschio. Alle sue violenze. Finita male nella bella villa sul colle che sovrasta Cerreto, feudo un tempo dei Conti Guidi.  Strangolata in una calda notte d'estate, mandante il marito, un Orsini, se non lui stesso il carnefice. Indugiarono davanti alla villa. Dopo averla raggiunta quasi di corsa, sfidandosi su per una delle due scalinate del Buontalenti. «Sai - le disse - alcuni sostengono che ci abbia messo mano anche Leonardo su queste scale». E poi: «Vuoi entrare nella villa?».  «No. Voglio immaginarmelo, il dentro. Mi dispiacerebbe che la realtà demolisse la fantasia». Guardava la villa ed esaltava la sua semplicità. E disse che non era austera come le altre dei Medici.  Guardava la villa e si meravigliava che fosse stata teatro di un omicidio. «Ascolta», disse, le braccia aperte all'improvviso. E lui: «Non sento niente».  «Stiamo ascoltando il silenzio. Nei luoghi dove mi hai portata, in due giorni, sono riuscita ad ascoltare il silenzio. Sempre». Volle raggiungere Petriolo dalla strada, poco più di un viottolo, imboccata appena fuori di Cerreto Guidi - viti e olivi a riempire lo sguardo. «Rimaniamo qui», disse ridendo all'ombra della villa della fattoria. «È un altro mondo. Voglio viverlo».

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