Il Tirreno

Empoli

più controlli

No alla concorrenza sleale

Marco Fani
Un negozio di parrucchiere cinese
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Un negozio di parrucchiere cinese

Una richiesta forte e ufficiale di controlli sulle attività gestite da cinesi. «Abbiamo scritto al sindaco - spiega Paolo Gianassi di Cna - chiedendo verifiche affinché venga rispettato l'orario stabilito dal regolamento per le attività di parrucchiere». Gli artigiani che lavorano in questo settore sono allarmati e temono la concorrenza sleale

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EMPOLI. Una richiesta forte e ufficiale di controlli sulle attività gestite da cinesi. «Abbiamo scritto al sindaco - spiega Paolo Gianassi di Cna - chiedendo verifiche affinché venga rispettato l'orario stabilito dal regolamento per le attività di parrucchiere». Gli artigiani che lavorano in questo settore sono allarmati e temono la concorrenza sleale. Nel Circondario sono partite le prima attività gestite da orientali e altre sarebbero in via di apertura.

Prezzi stracciati. Orario di lavoro continuo che può arrivare a 78 ore settimanali quando invece nel regolamento previsto nel Circondario si parla di 53. I parrucchieri di zona non ci stanno e chiedono maggiori controlli sulle attività cinesi, che recentemente hanno fatto capolino nel Circondario, con due negozi aperti a Stabbia e ad Empoli.

«Shampoo, piega e taglio a 8 euro? - non scherziamo tuona Paola Zingani del negozio Forfex di Empoli - con questa cifra noi non ci ripaghiamo nemmeno il costo di uno shampoo che abbia requisiti di qualità che può anche superare anche gli 11 euro. Senza considerare, poi, la manodopera. Non posso esprimermi con il termine concorrenza perché è assolutamente evidente che per proporre un listino così basso non vengano utilizzati prodotti di qualità».

Prodotti che possono mettere a rischio la salute dei capelli. «Probabilmente si tratta di imitazione di marche di livello - continua la parrucchiera - sicuramente diversi da quelli che utilizziamo noi. Tra l'altro è stato introdotto da poco un nuovo prodotto per il colore dei capelli, che è anallergico. Ma è naturale che abbia un costo più alto rispetto a quello tradizionale». Per non parlare, poi, del rispetto delle norme igieniche. «All'interno del negozio - prosegue Paola Zingani - abbiamo uno scaffale con una quantità impressionante di medicinali che dobbiamo tenere e che fortunatamente sono quasi del tutto superflui. Inoltre abbiamo dovuto acquistare un'autoclave sterilizzatrice e partecipare ad un corso di pronto soccorso da 300 euro. Costi che diventano rilevanti in un'attività artigianale. Ma devono essere rispettate da tutti, altrimenti il rischio è di utilizzare due pesi e due misure».

Anche le norme igieniche sono molto severe. «Per lavorare - continua Paola Zingoni - dobbiamo usare asciugamani usa e getta e lo stesso deve avvenire anche per i kimoni. Senza dimenticarci dell'importanza, per chi le usa, delle lamette usa e getta. E se a questo si aggiunge il costo di un affitto del locale, credo che non riusciremmo ad avvicinarci ai prezzi dei parrucchieri cinesi nemmeno lavorando a nero. Cosa che non facciamo».

Per non parlare poi del numero complessivo delle ore di apertura. «C'è un regolamento chiaro - conclude l'artigiana - che ci impedisce di superare le 53 ore settimanali. Quindi è indispensabile il rispetto di questa norma. Non siamo contro la concorrenza, a patto però che le regole siano le stesse per tutti».

Sull'apertura dei parrucchieri cinesi è intervenuta anche la Cna chiedendo controlli. Ma l'apertura dei due negozi nel Circondario è comunque un fatto positivo. «Uscire fuori dalla piaga del lavoro nero - continua Gianassi - dà la possibilità di effettuare controlli ed è una forma di garanzia per tutti. E' positivo che queste realtà siano operanti, ma è indispensabile che rispettino le regole».

Al momento non si può parlare di boom. E la crisi colpisce anche gli stranieri. «Specialmente in questo settore - conclude - il numero di parrucchieri stranieri è limitato. Purtroppo la crisi non ha risparmiato nemmeno gli extracomunitari e molte imprese individuali, anche in altri settori, hanno dovuto chiudere».

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