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Allarme dell'Antimafia:i tentacoli della piovranell'Empolese Valdelsa

Francesco Nocentini
Una delle sedi della direzione investigativa antimafia
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Una delle sedi della direzione investigativa antimafia

Dal duplice omicidio di Gambassi del 1981 agli investimenti sospetti a Montespertoli: un filo rosso che fa paura

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EMPOLI. L'allarme è lanciato e la premessa è nelle ultime relazioni della direzione nazionale antimafia, la Dna. «Con la crisi economica occorre massima attenzione sugli investimenti del denaro sporco in Toscana». «Ma la nostra regione - spiega il vicegovernatore Federico Gelli - non è una terra di mafia anche se è permeabile alle infiltrazioni della criminalità organizzata». L'occasione per riflettere su Cosa Nostra, n'ndrangheta e camorra è stata la presentazione, ieri mattina alla rassegna "Dire&Fare" alla Fortezza da Basso a Firenze, di una ricerca curata dal professore Enzo Ciconte (storico della criminalità organizzata, ex deputato e consulente della Commissione parlamentare antimafia) e prodotta da Regione e Avviso Pubblico. Dallo studio, che fa largo uso dei rapporti della Dna diretta dal procuratore Pietro Grasso, emerge che Empoli e il circondario sono da sempre esposte agli appetiti dei grandi gruppi mafiosi.
Si parte dall'esecuzione, nel 1981 in una tenuta di Gambassi, di due soggiornati obbligati, Salvatore Mancino e Giuseppe Milazzo (originario di Alcamo e spedito in Toscana nel 1969 dopo essere stato accusato di due omicidi nel trapanese e poi assolto per insufficienza di prove). Per gli inquirenti Milazzo era il braccio destro di don Natale Rimi, boss della mafia perdente, e poi si era avvicinato ai corleonesi di Riina e Provenzano.
Le indagini più recenti hanno portato gli inquirenti ad accendere i riflettori sulle «imprese facenti capo alla famiglia Virga insediatasi a Montelupo, Lastra a Signa, Empoli, ed alla famiglia Madonia insediatasi a Montespertoli». Tuttavia, nonostante il grande lavoro svolto da magistrati e forze dell'ordine, «gli elementi acquisiti» non sono stati ritenuti «idonei a sostenere l'accusa in giudizio».
Nella relazione si ricorda che nel 2003 i carabinieri sequestrarono a Montespertoli due aziende (alle quali ne andavano aggiunte altre due in Sicilia) riconducibili a Francesco Madonia, 58 anni, originario di Monreale (Palermo), sotto processo in Sicilia per associazione mafiosa. Le aziende valevano circa 11 milioni di euro. Poi c'erano 140 appezzamenti di terreno per un totale di 163 ettari (del valore minimo di 6 milioni), 6 fabbricati a Montespertoli (anche questi per 6 milioni di euro), 11 conti correnti e diversi titoli. Era la prima volta che la maggior parte dei beni sequestrati a un presunto mafioso si trovavano fuori dalla Sicilia.
Senza dimenticare l'inchiesta dei carabinieri del Ros di Firenze, coordinata dalla procura di Palermo, che, lo scorso maggio, ha portato alla cattura non solo di Leonardo Badalamenti, figlio di Tano, l'ex capo di Cosa Nostra, ma anche di imprenditori e trafficanti da tempo residenti e operanti in Toscana, come Gaspare Ofria, che lavorava a Viareggio con la propria impresa edile, Gandolfo Zaffarana, Antonino Vaccaro e altri impegnati in varie zone, dalla costa al senese passando per Prato, dove sono stati sequestrati casolari e altri beni. Una delle persone finite in manette, il palermitano Giovanni Torregrossa, era residente proprio a Empoli.

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di Redazione web