La protesta
Il volo del ciuco tra Lucignolo e la presa di San Miniato
I fatti originali risalgono al 1397 quando Cantini entra a San Miniato e arresta Davanzato Davanti che viene ucciso
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La notizia che a Empoli vogliono far rivivere il volo del ciuco mi sollecita i ricordi e fa venire la voglia d'andare a dare un'occhiata alla storia.
E' il 4 maggio 1983 quando Il Tirreno pubblica l'articolo - firmato A. P. (Alfredo Ponticelli) - che parla di "Topolino", il settimanale destinato ai ragazzi. C'è un'avventura particolare. Racconta la presa di San Miniato da parte degli empolesi con l'impiego di capre, e del volo del ciuco, avvenimento di Empoli nel giorno del Corpus Domini. È una notizia curiosa, che merita d'essere messa in risalto, tanto più che l'avventura vede in campo personaggi di Disney.
Tornano in primo piano due vicende giocose, passate di padre in figlio tra il reale e il fantastico.
Il gusto della burla
Tutta colpa di Ippolito Neri, autore del poema in ottava rima "Sanminiato" poi divenuto "La presa di San Miniato".
C'è chi - per esempio Mario Bini e Sergio Cecchi, curatori nel 1966 di un'edizione del poema - parla di capolavoro e si rammarica del poco conto in cui è sempre stato tenuto. Opera - si aggiunge - che si pone tra "La Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso e "La secchia rapita" di Alessandro Tassoni, che - va sottolineato - Ippolito Neri non si perita a imitare, con un occhio al Lippi, al Corsini, al Bracciolini e al Nomi, "nel tentativo di fondere elementi pastorali, giocosi e fiabeschi" e, in primo piano, "il gusto della burla tipicamente toscano".
Il medico-poeta
Ma chi è Ippolito Neri? E' un medico-poeta o, meglio, un poeta-medico. Appartiene a una famiglia bolognese, stabilitasi a Empoli con il privilegio della cittadinanza fiorentina. Ippolito nasce a Empoli nell'ottobre 1652. A ventidue anni si laurea in medicina all'Università di Pisa. È uno spiritaccio. Ne combina di tutti i colori tra Pisa e Livorno. Poi mette la testa a partito ed esercita, prima da allievo del Redi, poi in proprio a Firenze, fino ad arrivare a essere medico della corte... dei Medici e medico personale del principe Ferdinando, colto, mecenate di liberi spiriti, dedito agli amori, marito di Violante Beatrice di Baviera, dalla quale non ha figli. Malaticcio.
Ma la vena poetica tormenta Ippolito. Scrive. Vorrebbe la gloria per i suoi versi. Ma è faticoso ottenerla. Per lui è anche faticoso fare il medico a Firenze. Allora decide di ritirarsi nella sua Empoli, dove mette su famiglia. Pensa d'aver trovato la dimensione giusta della vita. Non è così. Diventa vedovo presto. E i suoi guadagni sono proprio all'osso. La poesia non paga. Vive in ristrettezze. Si sfoga a scrivere. Scrive lettere, gran quantità di lettere a personaggi noti e meno noti. Si sente vivo così. Scrive. Scrive "Saggi di rime amorose, sacre ed eroiche", raccolta pubblicata da Ciuffetti di Lucca nel 1700. Scrive anche il poema in ottava rima "La presa di Sanminiato", che rimane nel cassetto, sepolto, dimenticato.
Trecento anni fa
Muore il 22 gennaio. Ma di che anno? Alcuni - come addirittura il dizionario di "Letteratura Italiana", edito da Einaudi, e "Letteratura" della Garzanti, - sostengono del 1708. Altri del 1709. Che è poi la data più attendibile, da prendere in considerazione, a meno che non dica il vero la lapide fatta apporre dal Comune, al n. 8 di Piazza del Popolo, il 21 maggio 1933. Vi si legge: "Qui di fronte sorgeva la casa della famiglia Neri della quale fu massimo vanto Ippolito (1652-1709) medico valente e munifico rimatore di chiaro nome a' suoi tempi tra i primi ancora degli eroicomici poeti". Vi si ricorda anche un altro rampollo di casa Neri, quel Lorenzo (1807-1870), "patriota, letterato ed educatore valoroso, scelto a rappresentare la terra natia nella Costituente toscana". E vi si legge ancora: "Demolita nel 1932 con le attigue malsane abitazioni anche la casa dei Neri. Il ricordo che la vecchia facciata serbava dei due illustri concittadini il municipio empolese volle nuovamente inciso nel marmo".
Ippolito muore a 47 anni. Trecento anni fa.
Il poema esce dal cassetto cinquant'anni dopo. Wikipedia, l'enciclopedia telematica che va per la maggiore, e "Letteratura" di Garzanti dànno un'informazione errata. Affermano che il poema è pubblicato postumo nel 1760. Non è vero. Nel 1760 vengono pubblicati soltanto cinque dei dodici canti. L'edizione completa si ha nel 1764, non a Livorno - come taluni sostengono - ma a Firenze, stampatore Giorgi. Poi arriveranno - a ruota - edizioni, più o meno corrette, a Livorno, San Miniato e Venezia.
10 anni per scriverlo
Si ritiene che Ippolito Neri abbia scritto il poema dal 1665 al 1705. In dieci anni.
Canto l'eccelsa e singolare impresa/ Di Sanminiato e il Capitan Cantini/ E canto la terribile difesa/ Che fero i valorosi cittadini;/ Dirò la stratagemma ordita e tesa/ Di tante corna e di tanti lumicini,/
E dirò come il vincitor drappello/ Riportò il memorabil chiavistello.
Cantino Cantini...
La vicenda è ambientata nell'anno 1397. Vede contrapposti empolesi (battimani) e sanminatesi (taglioni).
La storia. E l'eroe. Cantino Cantini, capitano, raduna duemila uomini tra Monterappoli, Pontorme e dintorni e riesce a entrare, di notte, in San Miniato. Lo fa grazie a un passaggio sotterraneo lasciato incustodito. Occupa la città e la prima cosa che fa è di prendere il vicario fiorentino Davanzato Davanti, che ha tradito Firenze. Non c'è bisogno di processo. La condanna è già stata emessa nel momento in cui ha deciso di schierarsi contro Firenze. Pena di morte. Davanzato Davanzati viene buttato giù da una finestra. Cantino Cantini, soddisfatto, prende come trofeo un catenaccio che appende -come trofeo - nella facciata del palazzo pretorio.
L'evento - secoli dopo - ispira a Neri il poema eroicomico. Numero incredibile di personaggi, parto della fantasia dell'autore, che attinge tra conoscenti e amici, anagrammando i loro nomi. Gente che fa parte dell'esercito empolese. Mentre i sanminiatesi, vista la malaparata, chiamano a raccolta quanti più vicini possono. Al comando della difesa una donna, Silvera.
Gli asini voleranno
È una battaglia aspra, dove vengono usate spade, spadoni, magli, fionde. Paioli di buon brodo bollente e un cannone spruzza inchiostro. Tant'è che gli empolesi disperano d'avere la meglio. C'è il duello tra Ceccone e Silvera, con svenimento di lui quando s'accorge d'aver sconfitto la donna amata. C'è il tentativo di Varro Mangiatori di sorprendere gli empolesi nel sonno, che invece non dormono e respingono l'assalto. I sanminiatesi hanno un bel po' di perdite. E gli empolesi, allora, chiedono la resa. L'eroica Silvera, scampata al duello con l'amato, risponde gagliarda: Sanminiato s'arrenderà solo quando gli asini voleranno. Si potrebbe dire: le ultime parole famose. Perché non ha fatto i conti con quel furbo di Cantino Cantini, sorta di Ulisse rurale. Con una trentina di fedeli, mette su un esercito di capre. Di notte, sistema torce sulle corna delle bestie ignare e si presenta sotto le mura. I sanminiatesi si spaventano. Anche l'eroica Silvera. Che si toglie l'armatura e si riveste da donna con la speranza d'ottenere clemenza. Ha successo. Evita il saccheggio. Ma Sanminiato deve abbattere le mura. Il che gli fa perdere le gabelle alle porte. Non basta: deve restituire i prigionieri e pagare le spese della battaglia entro un anno, foro competente Fucecchio.
Cantino Cantini entra in trionfo con l'esercito. Esibisce il trofeo (il catenaccio, o catorcio). Ci sono anche le capre con mantelli di velluto rosso e le corna dipinte con l'argento. Le campane suonano a festa. Festa che dura tre settimane. E si decide di commemorare la vittoria, rifacendosi alla risposta sprezzante dell'eroica Silvera alla proposta di resa: far volare un ciuco vivo, con tanto di ali, lanciandolo dal campanile legato a una carrucola.
Il ciuco? Lucifero!
Affermano Mario Bini e Sergio Cecchi che la faccenda delle capre è fantastica. E «ancor più fantastico attribuirle la tradizione del volo del ciuco, sulla quale sono state spese tante parole, a ricordo di una presa empolese di Sanminiato, di cui non corre memoria attendibile». La tradizione del volo del ciuco avrebbe ben altra origine. Deriverebbe da credenze religiose. Ci affidiamo al ricercatore Alessandro Vegni: «Le ali del ciuco, conservate nel Museo della Collegiata, rappresentano nella didattica religiosa il ribelle Lucifero. Lo strano angelo che ancora oggi è collegato sulla cuspide del campanile della Collegiata era, per il Corpus Domini, l'antagonista vincente del ciuco-Lucifero, il quale veniva fatto precipitare dalla centenaria in piazza».
Stop alla tradizione
Una tradizione interrotta - sembra - perché ritenuta crudele. E fors'anche perché dalle località vicine arrivavano sfottò. A Fucecchio, per esempio, per rispondere al volo del ciuco e metterlo in ridicolo, si prese a far volare il dottore. Come dire: a ciascuno il suo.
Tuttavia mi va di concludere con le parole del pittore Dilvo Lotti, inserite nella sua storia di San Miniato: "L'eroicomica composizione del Neri ha divertito generazioni di canzonati e di sberleffatori".
E' il 4 maggio 1983 quando Il Tirreno pubblica l'articolo - firmato A. P. (Alfredo Ponticelli) - che parla di "Topolino", il settimanale destinato ai ragazzi. C'è un'avventura particolare. Racconta la presa di San Miniato da parte degli empolesi con l'impiego di capre, e del volo del ciuco, avvenimento di Empoli nel giorno del Corpus Domini. È una notizia curiosa, che merita d'essere messa in risalto, tanto più che l'avventura vede in campo personaggi di Disney.
Tornano in primo piano due vicende giocose, passate di padre in figlio tra il reale e il fantastico.
Il gusto della burla
Tutta colpa di Ippolito Neri, autore del poema in ottava rima "Sanminiato" poi divenuto "La presa di San Miniato".
C'è chi - per esempio Mario Bini e Sergio Cecchi, curatori nel 1966 di un'edizione del poema - parla di capolavoro e si rammarica del poco conto in cui è sempre stato tenuto. Opera - si aggiunge - che si pone tra "La Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso e "La secchia rapita" di Alessandro Tassoni, che - va sottolineato - Ippolito Neri non si perita a imitare, con un occhio al Lippi, al Corsini, al Bracciolini e al Nomi, "nel tentativo di fondere elementi pastorali, giocosi e fiabeschi" e, in primo piano, "il gusto della burla tipicamente toscano".
Il medico-poeta
Ma chi è Ippolito Neri? E' un medico-poeta o, meglio, un poeta-medico. Appartiene a una famiglia bolognese, stabilitasi a Empoli con il privilegio della cittadinanza fiorentina. Ippolito nasce a Empoli nell'ottobre 1652. A ventidue anni si laurea in medicina all'Università di Pisa. È uno spiritaccio. Ne combina di tutti i colori tra Pisa e Livorno. Poi mette la testa a partito ed esercita, prima da allievo del Redi, poi in proprio a Firenze, fino ad arrivare a essere medico della corte... dei Medici e medico personale del principe Ferdinando, colto, mecenate di liberi spiriti, dedito agli amori, marito di Violante Beatrice di Baviera, dalla quale non ha figli. Malaticcio.
Ma la vena poetica tormenta Ippolito. Scrive. Vorrebbe la gloria per i suoi versi. Ma è faticoso ottenerla. Per lui è anche faticoso fare il medico a Firenze. Allora decide di ritirarsi nella sua Empoli, dove mette su famiglia. Pensa d'aver trovato la dimensione giusta della vita. Non è così. Diventa vedovo presto. E i suoi guadagni sono proprio all'osso. La poesia non paga. Vive in ristrettezze. Si sfoga a scrivere. Scrive lettere, gran quantità di lettere a personaggi noti e meno noti. Si sente vivo così. Scrive. Scrive "Saggi di rime amorose, sacre ed eroiche", raccolta pubblicata da Ciuffetti di Lucca nel 1700. Scrive anche il poema in ottava rima "La presa di Sanminiato", che rimane nel cassetto, sepolto, dimenticato.
Trecento anni fa
Muore il 22 gennaio. Ma di che anno? Alcuni - come addirittura il dizionario di "Letteratura Italiana", edito da Einaudi, e "Letteratura" della Garzanti, - sostengono del 1708. Altri del 1709. Che è poi la data più attendibile, da prendere in considerazione, a meno che non dica il vero la lapide fatta apporre dal Comune, al n. 8 di Piazza del Popolo, il 21 maggio 1933. Vi si legge: "Qui di fronte sorgeva la casa della famiglia Neri della quale fu massimo vanto Ippolito (1652-1709) medico valente e munifico rimatore di chiaro nome a' suoi tempi tra i primi ancora degli eroicomici poeti". Vi si ricorda anche un altro rampollo di casa Neri, quel Lorenzo (1807-1870), "patriota, letterato ed educatore valoroso, scelto a rappresentare la terra natia nella Costituente toscana". E vi si legge ancora: "Demolita nel 1932 con le attigue malsane abitazioni anche la casa dei Neri. Il ricordo che la vecchia facciata serbava dei due illustri concittadini il municipio empolese volle nuovamente inciso nel marmo".
Ippolito muore a 47 anni. Trecento anni fa.
Il poema esce dal cassetto cinquant'anni dopo. Wikipedia, l'enciclopedia telematica che va per la maggiore, e "Letteratura" di Garzanti dànno un'informazione errata. Affermano che il poema è pubblicato postumo nel 1760. Non è vero. Nel 1760 vengono pubblicati soltanto cinque dei dodici canti. L'edizione completa si ha nel 1764, non a Livorno - come taluni sostengono - ma a Firenze, stampatore Giorgi. Poi arriveranno - a ruota - edizioni, più o meno corrette, a Livorno, San Miniato e Venezia.
10 anni per scriverlo
Si ritiene che Ippolito Neri abbia scritto il poema dal 1665 al 1705. In dieci anni.
Canto l'eccelsa e singolare impresa/ Di Sanminiato e il Capitan Cantini/ E canto la terribile difesa/ Che fero i valorosi cittadini;/ Dirò la stratagemma ordita e tesa/ Di tante corna e di tanti lumicini,/
E dirò come il vincitor drappello/ Riportò il memorabil chiavistello.
Cantino Cantini...
La vicenda è ambientata nell'anno 1397. Vede contrapposti empolesi (battimani) e sanminatesi (taglioni).
La storia. E l'eroe. Cantino Cantini, capitano, raduna duemila uomini tra Monterappoli, Pontorme e dintorni e riesce a entrare, di notte, in San Miniato. Lo fa grazie a un passaggio sotterraneo lasciato incustodito. Occupa la città e la prima cosa che fa è di prendere il vicario fiorentino Davanzato Davanti, che ha tradito Firenze. Non c'è bisogno di processo. La condanna è già stata emessa nel momento in cui ha deciso di schierarsi contro Firenze. Pena di morte. Davanzato Davanzati viene buttato giù da una finestra. Cantino Cantini, soddisfatto, prende come trofeo un catenaccio che appende -come trofeo - nella facciata del palazzo pretorio.
L'evento - secoli dopo - ispira a Neri il poema eroicomico. Numero incredibile di personaggi, parto della fantasia dell'autore, che attinge tra conoscenti e amici, anagrammando i loro nomi. Gente che fa parte dell'esercito empolese. Mentre i sanminiatesi, vista la malaparata, chiamano a raccolta quanti più vicini possono. Al comando della difesa una donna, Silvera.
Gli asini voleranno
È una battaglia aspra, dove vengono usate spade, spadoni, magli, fionde. Paioli di buon brodo bollente e un cannone spruzza inchiostro. Tant'è che gli empolesi disperano d'avere la meglio. C'è il duello tra Ceccone e Silvera, con svenimento di lui quando s'accorge d'aver sconfitto la donna amata. C'è il tentativo di Varro Mangiatori di sorprendere gli empolesi nel sonno, che invece non dormono e respingono l'assalto. I sanminiatesi hanno un bel po' di perdite. E gli empolesi, allora, chiedono la resa. L'eroica Silvera, scampata al duello con l'amato, risponde gagliarda: Sanminiato s'arrenderà solo quando gli asini voleranno. Si potrebbe dire: le ultime parole famose. Perché non ha fatto i conti con quel furbo di Cantino Cantini, sorta di Ulisse rurale. Con una trentina di fedeli, mette su un esercito di capre. Di notte, sistema torce sulle corna delle bestie ignare e si presenta sotto le mura. I sanminiatesi si spaventano. Anche l'eroica Silvera. Che si toglie l'armatura e si riveste da donna con la speranza d'ottenere clemenza. Ha successo. Evita il saccheggio. Ma Sanminiato deve abbattere le mura. Il che gli fa perdere le gabelle alle porte. Non basta: deve restituire i prigionieri e pagare le spese della battaglia entro un anno, foro competente Fucecchio.
Cantino Cantini entra in trionfo con l'esercito. Esibisce il trofeo (il catenaccio, o catorcio). Ci sono anche le capre con mantelli di velluto rosso e le corna dipinte con l'argento. Le campane suonano a festa. Festa che dura tre settimane. E si decide di commemorare la vittoria, rifacendosi alla risposta sprezzante dell'eroica Silvera alla proposta di resa: far volare un ciuco vivo, con tanto di ali, lanciandolo dal campanile legato a una carrucola.
Il ciuco? Lucifero!
Affermano Mario Bini e Sergio Cecchi che la faccenda delle capre è fantastica. E «ancor più fantastico attribuirle la tradizione del volo del ciuco, sulla quale sono state spese tante parole, a ricordo di una presa empolese di Sanminiato, di cui non corre memoria attendibile». La tradizione del volo del ciuco avrebbe ben altra origine. Deriverebbe da credenze religiose. Ci affidiamo al ricercatore Alessandro Vegni: «Le ali del ciuco, conservate nel Museo della Collegiata, rappresentano nella didattica religiosa il ribelle Lucifero. Lo strano angelo che ancora oggi è collegato sulla cuspide del campanile della Collegiata era, per il Corpus Domini, l'antagonista vincente del ciuco-Lucifero, il quale veniva fatto precipitare dalla centenaria in piazza».
Stop alla tradizione
Una tradizione interrotta - sembra - perché ritenuta crudele. E fors'anche perché dalle località vicine arrivavano sfottò. A Fucecchio, per esempio, per rispondere al volo del ciuco e metterlo in ridicolo, si prese a far volare il dottore. Come dire: a ciascuno il suo.
Tuttavia mi va di concludere con le parole del pittore Dilvo Lotti, inserite nella sua storia di San Miniato: "L'eroicomica composizione del Neri ha divertito generazioni di canzonati e di sberleffatori".
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