Sicurezza
Il saluto di don Renzo alla casa del popolo
Paolo Santini
Sull'altare ad Avane c'erano il basco da granatiere e la sega
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EMPOLI. L'ha chiamata la “messa dell'arrivederci”. Ma forse sarà un addio. Don Renzo Fanfani da ieri non è più il parroco di Avane. Ufficialmente il prete operaio va via per un anno, va in Trentino, tra i monti innevati della val di Non. Ma a giudicare dalle circostanze e dalla solennità della celebrazione di ieri mattina, probabilmente la sua è una partenza a tempo indefinito, forse per sempre.
La sua ultima messa empolese, don Fanfani ha voluto celebrarla in un luogo anomalo per un parroco, ma non per lui: nel salone della casa del popolo di Avane. Una scelta non nuova, emblematica del suo modo di fare il parroco il più possibile vicino alla gente, di trovare il sacro dove veramente sta, al di là di ogni etichetta o rituale. Anche a costo di entrare in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche.
A salutarlo c'erano oltre 300 persone. Molti hanno pianto per la durata di tutta la funzione, tanti gli applausi anche durante la messa e la commozione. Alla sinistra del tavolo che fungeva da altare ha preso posto un drappello di una decina di alti ufficiali dei Granatieri di Sardegna in congedo, ex compagni d'armi del sacerdote. «Non ci sono spazi sacri o profani - ha esordito don Renzo ai fedeli - ci sono attività sacre indipendentemente dal luogo dove si svolgono: il lavoro, soprattutto quello manuale, l'aiuto verso gli altri in difficoltà, l'opposizione alle opere di morte, cantare, gioire insieme, riunirsi per celebrare la messa, queste come molte altre sono attività sacre, e non conta dove si svolgono, se alla casa del popolo, in chiesa o in strada».
Sull'altare apparecchiato, gli alamari da granatiere ed il basco, il pialletto e la sega, «gli strumenti usati anche dal falegname di Nazareth - ha esclamato - poi la carretta e la pala del muratore, la canna del vetraio, l'incudine ed il martello del fabbro. Gli attrezzi di una vita». «Quando ho giurato sulla Costituzione, in accademia, la mia vita ha avuto una svolta - ha continuato - e quelli sono divenuti i valori di riferimento per la mia esistenza: la dignità del lavoro, la vera uguaglianza, la democrazia, la solidarietà». Poi con un filo di commozione ha proseguito: «Gli alamari, il pane ed il vino accanto alla croce, gli attrezzi da lavoro, e i vostri volti: qui oggi c'è tutta la mia vita».
Don Renzo se n'è andato così, ufficialmente, dicevamo, per un anno, ma forse per sempre. Lascia per tanti motivi: «Carla Franceschini mi ha aiutato per trent'anni e adesso forse ha bisogno, per la prima volta, del mio aiuto - ha detto - andremo nel suo paese natale in provincia di Trento, dove vuole tornare. Farò il prete a Mollaro, in Val di Non, dove un tempo c'era un prete operaio come me, e adesso è morto». Con un filo di voce poi ha confidato: «Spero di aver costruito qualcosa in questo piccolo angolo di mondo, in questo microcosmo che è Avane, qualcosa che possa servire da esempio. Ho avuto in questi giorni tante visite, tante manifestazioni d'affetto. Ma adesso mi sto accorgendo di essere invecchiato, e per continuare a dare qualcosa agli altri, ho bisogno di riflettere a lungo, in un posto lontano dai miei ricordi».
La sua ultima messa empolese, don Fanfani ha voluto celebrarla in un luogo anomalo per un parroco, ma non per lui: nel salone della casa del popolo di Avane. Una scelta non nuova, emblematica del suo modo di fare il parroco il più possibile vicino alla gente, di trovare il sacro dove veramente sta, al di là di ogni etichetta o rituale. Anche a costo di entrare in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche.
A salutarlo c'erano oltre 300 persone. Molti hanno pianto per la durata di tutta la funzione, tanti gli applausi anche durante la messa e la commozione. Alla sinistra del tavolo che fungeva da altare ha preso posto un drappello di una decina di alti ufficiali dei Granatieri di Sardegna in congedo, ex compagni d'armi del sacerdote. «Non ci sono spazi sacri o profani - ha esordito don Renzo ai fedeli - ci sono attività sacre indipendentemente dal luogo dove si svolgono: il lavoro, soprattutto quello manuale, l'aiuto verso gli altri in difficoltà, l'opposizione alle opere di morte, cantare, gioire insieme, riunirsi per celebrare la messa, queste come molte altre sono attività sacre, e non conta dove si svolgono, se alla casa del popolo, in chiesa o in strada».
Sull'altare apparecchiato, gli alamari da granatiere ed il basco, il pialletto e la sega, «gli strumenti usati anche dal falegname di Nazareth - ha esclamato - poi la carretta e la pala del muratore, la canna del vetraio, l'incudine ed il martello del fabbro. Gli attrezzi di una vita». «Quando ho giurato sulla Costituzione, in accademia, la mia vita ha avuto una svolta - ha continuato - e quelli sono divenuti i valori di riferimento per la mia esistenza: la dignità del lavoro, la vera uguaglianza, la democrazia, la solidarietà». Poi con un filo di commozione ha proseguito: «Gli alamari, il pane ed il vino accanto alla croce, gli attrezzi da lavoro, e i vostri volti: qui oggi c'è tutta la mia vita».
Don Renzo se n'è andato così, ufficialmente, dicevamo, per un anno, ma forse per sempre. Lascia per tanti motivi: «Carla Franceschini mi ha aiutato per trent'anni e adesso forse ha bisogno, per la prima volta, del mio aiuto - ha detto - andremo nel suo paese natale in provincia di Trento, dove vuole tornare. Farò il prete a Mollaro, in Val di Non, dove un tempo c'era un prete operaio come me, e adesso è morto». Con un filo di voce poi ha confidato: «Spero di aver costruito qualcosa in questo piccolo angolo di mondo, in questo microcosmo che è Avane, qualcosa che possa servire da esempio. Ho avuto in questi giorni tante visite, tante manifestazioni d'affetto. Ma adesso mi sto accorgendo di essere invecchiato, e per continuare a dare qualcosa agli altri, ho bisogno di riflettere a lungo, in un posto lontano dai miei ricordi».
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