Lutto
Un libro, una passione, un altro calcio Quanti ricordi con Protti e Giovannelli
Presentato l’ultima opera di Calzaretta “Le cose perdute del calcio” in un dibattito condotto da Andrea Rocchi
l’iniziativa
MICHELE FALORNI
Sì, un tempo le maglie erano pesanti e i numeri andavano sempre dall’1 all’11, con le partite giocate di domenica pomeriggio. Un altro mondo, che l’avvocato e scrittore cecinese Nicola Calzaretta ha descritto nel suo ultimo libro, “Le cose perdute del calcio”. Pubblicato da Nfc edizioni, è un gioco della memoria, presentato allo “Spazio delle parole”, sala dedicata all’approfondimento e agli incontri al nuovo Conad del parco Acquerta di Cecina dal suo presidente nazionale Valter Geri. Dietro alla scrivania, con l’autore, due ex calciatori di serie A, Paolo Giovannelli e Igor Protti. A moderare il dibattito, il giornalista del “Tirreno” Andrea Rocchi, che prima del brindisi ha aperto il botta e risposta con il pubblico.
Giovannelli, centrocampista di passo e di compasso, e Protti, attaccante ficcante e frizzante, hanno segnato gli anni 80 e 90 soprattutto a Roma e a Bari. Calzaretta li ha scelti per ricordare un periodo memorabile, dove tra una partita e l’altra, nazionale e internazionale, passavano giorni e non ore, permettendo alla memoria di archiviare immagini e risultati senza cadere nello spezzatino quotidiano. Non a caso, l’autore ha scommesso “sull’effetto che fa” rileggere certe storie e proporle alle nuove generazioni, puntando non solo sull’effetto nostalgia, ma sulla capacità di interessare i ragazzi a uno stile sportivo di vita che ormai non esiste più.
Nel 1982 l’Italia vinse i mondiali in Spagna e il nostro campionato divenne il più bello del mondo. All’epoca, i ragazzini giocavano in strada e non ancora nelle scuole calcio. «Vivevo dietro alla tribuna lato monte dello stadio – dice Giovannelli – e i primi tornei li ho disputati all’oratorio. Un giorno sono salito sul treno per andare a Donoratico e misurarmi su un campo senza porte».
Protti, a Rimini, bazzicava la parrocchia e raggiungeva l’oratorio guidando la bicicletta senza mani: «Era il 1975 ed entrai perché mancava un ragazzo. Alla fine della gara mi dettero il cartellino ufficiale. A casa, provavo le punizioni aggirando la colonna portante del garage».
Anni così, spensierati, dove i portieri abbandonano la maglia nera per non confondersi con gli arbitri e regnano i calzettoni senza piede. «Li abbiamo indossati a lungo – prosegue Giovannelli – e io in camera, tifoso della Fiorentina e di Giancarlo De Sisti, scrivevo sul foglio le telecronache delle partite parola per parola. Al provino con il Genoa, mi presentai con un paio di Puma nuove fiammanti, ma il terreno era così duro che soffrii parecchio».
Protti, re dei cannonieri a Bari, ricorda che le calze con il laccetto duravano di più. «Del resto – dice – le società ci davano due casacche a campionato perché la muta doveva arrivare alla fine della stagione».
Avanti con le domande: negli anni 90 arrivano gli scarpini e le divise multicolori, ma già nel 1981 Paulo Roberto Falcao sbarcando dal Brasile nella capitale, si portò dietro il numero 5, che di certo non identificava un fantasista. Protti adorava il Milan e Rivera, che sulle spalle aveva il 10: lo otterrà nel 1995-96, quando sulle maglie verrà stampato il cognome, perché prima giostrava tra il 7, il 9 e l’11.
Calzaretta, scherzi del destino, ha completato il libro poco prima che l’Italia vincesse gli europei battendo l’Inghilterra a Wembley. Era l’11 luglio, stesso giorno in cui, nel 1982, al Santiago Bernabeu di Madrid gli azzurri si laurearono per la terza volta campioni del mondo schiantando la Germania Ovest per 3-1. Una piacevole ricorrenza. Legata, nel caso degli Europei, alla nostra prima conquista con la semifinale decisa dal lancio della monetina e la finale ripetuta. Era il turbolento 1968 e a ripensarci è una vicenda incredibile.
«“La nazionale – hanno sottolineato Giovannelli e Protti – ha giocato bene dall’inizio e ha meritato il successo. Il nostro calcio però ha bisogno di cambiare, a certi livelli ci sono persone senza particolari meriti. I giocatori di Roberto Mancini hanno trionfato complice lo spirito di gruppo».
Protti è dirigente del Livorno e prova a importare qualche buona idea. Non è facile, poiché gli adolescenti di oggi sono legati più al telefonino che al dialogo. S
Però, da una sana lettura come “Le cose perdute del calcio”, si può imparare ancora molto.
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