Gioco
La vita nel pallone di Roberto Tancredi: «Da Sivori a Igor Protti vi sfoglio la mia storia»
I grandi amori sportivi raccontati in un fiume di emozioni nel libro dello scrittore Giorgio Bernard che racconta la storia del portiere che da dirigente ha sempre avuto lo stesso obiettivo: «Fare del bene agli altri»
Un bar di provincia come migliaia di altri, eppure reso unico dall’uomo che lavora dietro il banco tra pareti tappezzate di foto di una brillantissima carriera da calciatore. È la scena iniziale del toccante libro dello scrittore Giorgio Bernard che racconta la vita, anzi le tante vite – dapprima in bianco e nero e poi in amaranto - di Roberto Tancredi, uomo vero che da portiere e da dirigente ha sempre avuto lo stesso obiettivo: «Fare del bene agli altri». E mentre lo dice, gli sale il groppo in gola.
Tancredi, come nasce l’idea di questo libro?
«Ho incontrato un amico, Giorgio Bernard. Gli ho raccontato la mia vita e lui ha avuto questa intuizione. Giorgio è tifosissimo del Livorno. Abbiamo trovato subito l’alchimia giusta. La prima parte è dedica all’inizio della mia carriera, quella che va dal Rosignano alla Juventus. La seconda è dedicata al periodo amaranto. Senza omissioni: ci sono le più belle vittorie e le sconfitte brucianti».
Negli anni ’60: quanto era lontana Rosignano da Torino?
«Tanto, ma io non sono mai cambiato. Un giorno ero ai Canottieri a Rosignano quando ricevetti la telefonata di Boniperti. Poche ore dopo era a Torino ad allenarmi con Charles e Sivori. Omar era unico».
Che rapporto ha con il passato?
«Sereno: ciò che è stato è stato. Bisogna vivere il presente. Sono in pace perché ho sempre cercato di fare il meglio. Molti si vantano di ciò che hanno fatto nel calcio e magari hanno solo giocato nella squadra del loro quartiere. Io sono diverso, io preferivo rimanere in disparte».
Magari da direttore sportivo apparentemente burbero, celato dietro gli immancabili Ray-Ban scuri…
«Sì. Avevo l’abitudine di mettermeli. Li portavo anche di notte o se pioveva. Ero così preso dalle partite che non me ne accorgevo. Poi ho capito che davano un po’ di soggezione agli altri perché chi mi stava davanti non sapeva dove stessi guardando. Eppure vedevo tutto: il campo, gli ultras, la Polizia che interveniva. A proposito di Ultras. Quelli del Livorno erano miei figliocci. Ho sofferto morto per la morte di Fabio Bettinetti e Gigi Guccini».
E come valuta la sua carriera da giocatore?
«Diciamo che ho fatto buone cose a cominciare da un’amichevole contro la Nazionale che si stava preparando per i Mondiali del ’66, quelli finiti per mano della Corea di Pak Doo Ik. Giocavo nelle giovanili della Juventus e giocammo contro gli Azzurri: parai tutto e l’Italia pareggiò solo all’ultimo su rigore. Giocai così bene che il giornalista Bardelli – un altro livornese – scrisse di me “come un’onda che si tuffa sullo scoglio”. È una frase bellissima che è diventata il titolo di questo libro. E poi i piace ricorda l’avventura in Coppa delle Fiere. I miei compagni di squadra non erano così felici di andare avanti nel torneo perché passavamo da un ritiro all’altro. Io però paravo paravo paravo e andammo in semifinale A quel punto tutti volevano vincere il trofeo che ci sfuggì per mano del Leeds che all’epoca è una delle migliore squadre europee».
La finale d’andata fu giocata il 28 maggio 1971, giorno dei funerali di Armando Picchi…
«E chi se lo dimentica. Venni a Livorno insieme a Morini e Cuccureddu. Eravamo la delegazione del Juventus. Andata e ritorno veloci per Torino a bordo dell’aereo privato della famiglia Agnelli. Portammo il labaro bianconero. Quel labaro me lo sono tenuto come omaggio ad Armandino. Ce l’ho ancora a casa».
E poi ci fu il grande amore amaranto…
«Eh sì. E ci vorrebbe un altro libro. Intanto questo l’ho dato anche a Igor Protti. Con lui ci sentiamo poco, io so che posso contare su di lui e lui su di me. E lo stesso vale per Jaconi che per me è come un fratello. E io per lui. Ma vi ricordate quando nel 2002 con un contratto da 180mila euro dette le dimissioni? Che uomo! Non ne poteva più delle critiche di Spinelli che si lamentava anche se vincevamo 3-0, ma ormai il presidente era stato convinto dai suoi galoppini di essere diventato un intenditore di calcio. Il caso-Amelia è esemplare».
Che cosa successe?
«Spinelli non conosceva nemmeno i giocatori eppure sostiene di aver scoperto Amelia. Invece il ragazzo lo scovai io a Roma grazie al mio amico Negrisolo che allenava i portieri giallorossi. Il primo anno fece panchina dietro a Ivan che in estate andò via. Il presidente mi chiese: “Tancredi: si prende la responsabilità di far partire Amelia in B”? La mia risposta fu questa: “Si. Vediamo le prime dieci partite. Se fa male prendiamo un altro portiere”. Scommettemmo: lui 10mila euro sul flop di Marco. Io mille sul giocatore. Vinsi la scommessa, ma i 10mila euro non li ho mai visti. Di aneddoti simili ce ne sono a decine, ma andranno dritti nel prossimo libro che vorrei fosse interamente dedicato al mio Livorno».
Ce ne accenna un altro?
«La sconfitta di Castel di Sangro nel '95. Il responsabile fu mister Campagna che tolse Boccafogli - reo di aver incassato il gol del 4-2 nella gara di andata - e fece partire titolare Sirtori che aveva giocato zero minuti in tutto il campionato. 'Bocca' aveva sbagliato, ma come ogni portiere aveva voglia di rivalsa. Accantonarlo fu un errore madornale. Perdemmo e ciao C1». —
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