Gioco
Nel nome del padre: in casa Rosignano la tradizione passa da casa Dell’Omo
Stefano e Matteo, padre e figlio, entrambi centrocampisti «Il futuro della società passa dal far giocare i ragazzi del vivaio»
L’intervista
FABRIZIO CAVALLINI
Una lunga militanza in biancoblù, quella di Stefano e Matteo Dell’Omo, padre e figlio. Entrambi centrocampisti, 61 anni il primo e 24 il secondo.
Matteo, che è laureato in Banca, finanza e mercati finanziari, sta facendo la Magistrale e al contempo lavora in Alleanza assicurazioni. Oltre a giocare appunto nel Rosignano Sei rose. Dove effettuata tutta la trafila delle giovanili, a 17 anni approdò in prima squadra, in Eccellenza (allenatore, Luca Polzella). Un altro campionato col Rosignano, stavolta in Promozione, e successivamente due in forza al Palazzi/Monteverdi (Seconda categoria). Poi (annata 2018-’19) il ritorno alla base. L’attuale, interrotta dal coronavirus, «è stata una bella stagione – dice – fino agli ultimi mesi, poi c’è stato un po’ di calo; si cercava però di fare qualche punto per rientrare nei play off. Lo spirito era buono, sembrava ricreato l’entusiasmo giusto per raggiungere l’obiettivo, ma non è stato possibile per la sopraggiunta emergenza sanitaria».
Comunque «ci siamo organizzati per cercare di rimanere in forma; certo sta alla persona, non essendoci controlli, ma l’allenamento, seppure da casa, si fa». Nella stagione a Matteo la squadra del girone che è piaciuta di più è il San Vincenzo: «come collettivo, anche più del Pomarance, pur avendo giocatori molto validi; in trasferta perdemmo 2-1, ma ci misero sotto, fecero una bella partita».
Per il futuro, ancora in biancoblù?
«Vorrei rimanere, ci sto bene, sono a casa. Conosco tutti e tutti mi conoscono. So come è strutturato l’ambiente. Nel Rosignano ho giocato 15 anni. Se ne avrò la possibilità, continuerò volentieri».
Come ha preso lo stop?
«Mi è di spiaciuto per questa interruzione, anche per il lavoro fatto; si era avvicinata un po’ di gente al Rosignano, ce n’era di più a vedere la partita. Avevamo acquistato la credibilità che era un po’ mancata. Negli ultimi tempi come squadra abbiamo avuto un periodo negativo, c’è girata un po’ male, ci eravamo un po’ rilassati; forse negli allenamenti non ci mettevamo l’impegno giusto».
Come è stato accolto dopo l’esperienza al Piemme?
«Molto bene. Ero rimasto solo del vecchio gruppo del ’96, quindi ero sono fatto convincere per giocare con gli amici».
Eppoi vi siete ritrovati di nuovo al Rosignano, che ha scelto di utilizzare calciatori locali.
«È bene che lo abbia fatto, è più che giusto, perché si è dimostrato che con le risorse del posto ci si può fare. Ce la siamo sempre giocata e il fatto di sentire la maglia c’era».
Papà Stefano è nato a Cecina, poi andò ad abitare a San Vincenzo. E lì iniziò la carriera calcistica. Nel ‘74 il nuovo trasferimento, a Rosignano: cambio di casacca, e con quella biancoblù approdò negli Allievi regionali, quindi negli Juniores regionali e in prima squadra. Con Mario Bulli e Roberto Franzon allenatori giocò quattro anni in Promozione, finché partì per il militare. Una volta terminato, militò nel Vada e nel Ponteginori.
La stagione più bella?
«Il primo anno con mister Franzon; in squadra c’erano giocatori importanti, tipo Barbuti, che poi andò a giocare ad Ascoli. Per un ragazzino di 17 anni trovarsi con loro era una bella soddisfazione. Un anno positivo, un buon campionato, nei primi posti. Era un bel giocare».
Difficile ora il confinamento nelle mura domestiche?
«Come tutte le famiglie ci adattiamo ad una vita sotto le regole, cercando di mantenere le condizioni che ci impongono. Ma abbiamo la fortuna di abitare in campagna, per cui anche l’obbligo di stare in casa con le limitazioni previste non è poi così duro, perché c’è sempre qualcosa da fare». —
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