Tognarini: «Io e la Dakar, esperienza unica Il prossimo anno ci tornerò per fare meglio»
Una storia da raccontare, vissuta al fianco di Del Punta, anche se non è stato raggiunto l’obiettivo minimo di portare a termine la gara
Sfida nel deserto
Leondina Marulli
Tredici tappe tutte immerse nel deserto dell’Arabia Saudita, la location per la Dakar 2020, il rally più famoso e ambito al mondo, al quale ha preso parte Giacomo Tognarini, 63enne di Guardistallo, a bordo della Can-Am Maverick X3 e al fianco del pilota Fabio Del Punta classe ’67, originario di Collesalvetti.
Come ci si orienta in pieno deserto?
«Devo dire che pensavo di incontrare più difficoltà. Al contrario il mio ruolo di navigatore è stato abbastanza semplice e l’ho svolto con tranquillità. Chiaramente resta la delusione di essersi ritirati alla quinta giornata, dopo un calvario dovuto a vari guasti meccanici dell’auto, che solo fino ad un certo punto siamo riusciti a riparare giorno per giorno. Chiunque prende parte ad una gara del genere immagina di arrivare alla fine e anche, perché no, vincerla. Poi purtroppo la realtà è stata ben diversa. Ad ogni modo, è stata una grossa esperienza, anche semplicemente vedere e vivere in un villaggio con altre 2mila persone, che tutti i giorni si sposta di 800 chilometri per ricominciare tutto da capo».
Come era organizzata la sua giornata?
«La mattina sveglia alle 6.30-7, con il buio, e la colazione che fai come puoi, all’interno di questo enorme ristorante all’interno del campo, del bivacco, sotto un enorme tendone: un ristorante capace di cucinare tre pasti al giorno per circa 2500 persone. I campi in realtà erano due: uno sistemato dove era in programma la tappa, l’altra si spostava verso la tappa successiva, dove veniva montato in attesa del nostro arrivo il giorno successivo e così via, ogni giorno. Subito dopo partivamo alla volta della destinazione della tappa: una gara anche per i lunghi e faticosi spostamenti da una tappa all’altra. Arrivati alla partenza della gara speciale, che è quella che fa il punteggio, ti aspettano 300-350 chilometri e, una volta finita la gara, altri 200 chilometri per raggiungere il campo. È capitato di arrivare alle 2 di notte: dormi 3-4 ore e si riparte la mattina. Capita anche di non dormire perché nel bivacco il rumore delle auto è costante».
Quali erano i rapporti con il pilota?
«Ottimi, Fabio è un bravo ragazzo. Per fare bene queste gare bisogna adottare le legge di Murphy: se c’è qualcosa che può andare male probabilmente andrà male e quindi bisogna essere preparati a tutto. Io credo di aver fatto bene il mio lavoro. Un’esperienza da rifare anche con lui. Sono convinto che non serva tanto la preparazione fisica ma una macchina ben attrezzata, pronta a tutto senza lasciare nulla al caso. Ad ogni modo, sono convinto che i veri eroi, in questa gara, sono i meccanici, per tutto quello che fanno in questi 15 giorni: senza passione non c’è nulla che tiene».
Ha incontrato Fernando Alonso?
«Sì l’ho visto, così come ho incontrato tanti amici e colleghi. Era lì con tutti noi, nel campo, dove siamo tutti al pari. Chiaramente lui con il suo team aveva determinate comodità che noi non avevamo. Però poi nella gara siamo tutti uguali: quando ti trovi in mezzo alle dune di notte con l’obiettivo di non prendere penalità. Io mi aspettavo il caldo e invece la notte spesso eravamo sotto zero».
C’è qualcosa che rifarebbe in un altro modo?
«Rifarei tutto, tranne che partire senza aver avuto modo di conoscere meglio la macchina e partecipare alla preparazione. Per il resto è stata un’esperienza unica, dove ho avuto modo di interagire con le persone del posto: ad esempio, sono riuscito a trovare i vigili del fuoco del posto per chiedergli di aiutarci a recuperare l’auto ferma nel deserto. Un deserto di sabbia e pietre, non abitato tranne che per i beduini nei villaggi, dove vivono grazie alla pastorizia. Li ho incontrati perché si rendono conto che c’è confusione in giro e capitava di vederli spuntare dal nulla, in pieno deserto, mentre eri fermo con la macchina. È capitato che eravamo fermi con l’auto, senza satellitare né campo per il telefono. È spuntato dal nulla una persona del posto e in qualche modo gli abbiamo fatto capire che non riuscivamo a comunicare con il campo. Ci ha fatto cenno di seguirlo per 300 metri, ci ha fatti salire su una montagnola dove, miracolosamente, c’era il segnale».
C’è stato qualcosa che ha fatto per la prima volta nella vita?
«Ho acceso il fuoco nel deserto. Esistono dei piccoli arbusti nel deserto, piccole piante che hanno una radice viva: con le piccole piante abbiamo acceso il fuoco e con le radici siamo riusciti a mantenerlo vivo. Per fortuna, perché eravamo sotto zero».
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