Il Tirreno

Una vita per il volley dall’A1 cecinese alle Nazionali di Africa e Asia

Fabrizio Cavallini
Una vita per il volley dall’A1 cecinese alle Nazionali di Africa e Asia

Antonio Giacobbe è appena tornato dal Giappone dove ha guidato la Tunisia alla World Cup. Dall’Egitto a Tunisi, in Iran per conto del Coni 

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la storia

Fabrizio Cavallini

Antonio Giacobbe e la pallavolo: un legame che dura da una vita. Il trampolino di lancio per la sua carriera è stato il volley Cecina anni d’oro, quando militava in A1, dove ha conosciuto la moglie Gloria Guiducci, all’epoca giocatrice del sestetto rossoblù. Da Gloria ha avuto la figlia Anna (laurea in fisica, lavora al Sant’Anna di Pisa). Dalla A1 al resto del mondo ai massimi livelli. Una vita a far la spola fra Italia e Africa per allenare nazionali e squadre di serie A di pallavolo.

È ritornato da pochi giorni dal Giappone, Giacobbe, dove ha guidato la Tunisia alla World Cup (vinta dal Brasile, seconda la Polonia, campione del mondo e d’Europa, terzi gli Stati Uniti). Due le poule, la prima a Fukuoka, la seconda a Hiroshima. «Giocare con le principali squadre del mondo – dice il coach – non è semplice; abbiamo battuto l’Egitto e fatto risultati parziali con altre. Era un campionato molto duro, visto che si giocava ogni giorno con l’élite della pallavolo. Però anche un campionato eccezionale, che ci ha lasciato addosso ricchezze e consapevolezze su come dovremo svolgere i nostri lavori e le attività future». Giacobbe guida la nazionale tunisina da un triennio, ma è stato un ritorno, perché l’ha allenata già 19 anni fa, per 8 stagioni. «Allora – ricorda – vincemmo il campionato africano, andammo a fare il Mondiale a Buenos Aires nel 2002 e nel 2004 le Olimpiadi ad Atene, nel 2006 la Coppa del mondo in Giappone; ci classificammo inoltre secondi ai Giochi del Mediterraneo disputati a Tunisi nel 2001, con medaglia d’oro all’Italia. Sono stati 8 anni di crescita, diventammo per la prima volta in assoluto la squadra leader d’Africa». E dopo? «Dopo quel periodo con la Tunisia fui chiamato dall’Egitto, dove sono rimasto 4 anni. Si son vinti due campionati africani, poi c’è stata la partecipazione al campionato mondiale nel 2010 e alla World League del 2011 negli Usa; nel nostro girone c’erano Stati Uniti, Russia e Finlandia, allora condotta da Mauro Berruto, che poi diventò allenatore della nazionale azzurra. Nonostante la presenza di queste grandi squadre facemmo 9 punti e ci classificammo ancora per la World League con primo turno a Milano e secondo a Catania. E l’Egitto nel ranking internazionale risultò 12°».

Un quadriennio ricco di soddisfazioni. Giacobbe: «Il periodo egiziano se fu proficuo dal punto di vista tecnico fu un po’ stressante come vita. Ci fu la cacciata di Moubarak, poi di Morsi e la caduta dei Fratelli musulmani col ritorno del generale Al-Sisi, presidente attuale. Durante la rivoluzione fummo relegati in un centro militare a Ismailia, sul canale di Suez; recintato, dove nessuno poteva avvicinarsi. Ci allenavamo lì. Finché con l’aiuto della Federazione italiana riuscii ad ottenere un visto e portare i giocatori ad allenarsi a Modena, con la Panini. Successivamente il trasferimento in Serbia per la nostra preparazione al campionato africano che si svolgeva in Tunisia, a Sousse, che poi si vinse, nel 2013». Quindi altra svolta. «Dopo non me la sentii di tornare in Egitto, allora accettai la proposta del Marocco. E sono stato per un biennio ad allenare la nazionale di quel Paese, con la quale nel 2015 prendemmo parte ad un campionato africano - manifestazione biennale - in Egitto dove inaspettatamente salimmo sul 3° gradino del podio; lo vinse la Tunisia, secondo il Marocco. E io ero stato allenatore di tutte e tre le squadre del podio, gli atleti erano stati miei giocatori». Ed ecco il rientro alla base continentale di partenza. «Nel 2017 la Tunisia mi ha richiamato ed ho ripreso a lavorare con loro. Nel frattempo siamo riusciti a prevalere per due volte consecutive nel campionato africano, cosa molto difficile, perché prima non era riuscita a vincere niente se non 14 anni prima con me. Ora, con la diversa situazione politica, tutti i programmi devono essere portati al vaglio del nuovo governo e dobbiamo vedere quali saranno le indicazioni per i prossimi impegni».

E la tappa asiatica? «Prima della Tunisia, nel 1999, fui mandato dalla nostra Federazione in Iran, perché in quel momento in Italia si cercava di avvicinare quella nazione utilizzando lo sport come testa di ponte. Così il Coni mi incaricò di allenare là sia la prima squadra che la juniores maschili. Vi rimasi, come stabilito dal Coni, per un mese, dopodiché mi chiesero di restare ancora per guidare la formazione maggiore maschile, ma avevo impegni in Italia, stare lì non era semplice, così rientrai molto dispiaciuto. Tra l’altro avevo la figlia piccola e non era ancora il caso di dedicarmi ad un’attività del genere. Il loro presidente di Federazione mi chiese di essere il tutore di Mammoudi e Saied, due giocatori molto forti che iniziarono nel Santa Croce eppoi andarono in giro per l’Italia in squadre di alto livello. In Italia ho incontrato altri atleti e dirigenti, che erano stati miei giocatori in Iran e mi ricordavano con affetto. Una cosa bellissima». Ma se oggi si voltasse indietro, cosa vedrebbe? «Un’attività varia, perché ho spaziato dalla femminile alla maschile ed ho assistito ad un cambiamento radicale nel mondo della pallavolo, che come tutte le attività umane muta in maniera repentina». Il segreto di questa longevità? «Il grande stimolo che ho sempre avuto nell’aggiornarmi, associarmi al cambiamento rimanendo sempre in gioco. Uno stimolo che tutt’oggi mi spinge ad andare avanti». —

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