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Le cento reti di capitan Bernini: «Prediligo tirare i calci piazzati»

Bernini con i figli e la moglie Alessia
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Bernini con i figli e la moglie Alessia

CECINA. Cento reti in sette anni: tanto è il bottino di capitan Ludovico Bernini, che nella partita del Palazzi Monteverdi contro il Riotorto ha tagliato il traguardo della tripla cifra. «Grazie ai...

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CECINA. Cento reti in sette anni: tanto è il bottino di capitan Ludovico Bernini, che nella partita del Palazzi Monteverdi contro il Riotorto ha tagliato il traguardo della tripla cifra. «Grazie ai miei compagni – ammette l’attaccante – hanno fatto di tutto pur di farmi segnare le due reti che mi mancavano per raggiungere l’obiettivo, quindi a loro va il primo ringraziamento. Avevo una maglia pronta con scritto “100 emozioni”. È stato un bellissimo momento per me, a fine gara mi hanno chiamato ds e allenatori di squadre avversarie per complimentarsi».

Nato a Livorno nel 1990, la storia di Ludovico non è stata semplice, con tante disavventure che porta in qualche modo tatuate addosso: “Il Gitano” è il soprannome che gli hanno affibbiato i compagni. «Fa parte del mio modo di vivere, lo è stato in passato, anche se ora le cose sono cambiate». A quattro anni Ludovico inizia già a tirare i primi calci al pallone: «All’epoca non si poteva giocare a quell’età, si inizia a cinque, ma io volevo iniziare e lo feci con una società che avevo vicino casa, il Livorno 9». Da lì in poi tante esperienze, fino a giocare nella Primavera del Livorno, lo Jesi in Eccellenza, il Sansovino. E tante reti, con una predilezione per i calci piazzati: «Mi piace battere sia le punizioni che i calci di rigore. Per le punizioni la posizione che preferisco è più vicino possibile all’area di rigore. Mi sono specializzato grazie anche ai preziosi consigli di Sergio Anselmi che in questi anni mi sta dietro spiegandomi il punto della respirazione, la postura e tutti i segreti per andare a segno. Su dieci punizioni seguendo i suoi suggerimenti otto vanno a segno. Come ruolo posso giocare prima o seconda punta, preferisco quest’ultima che mi consente di essere più libero dai difensori avversari».

Qual è la rete che ricordi più di tutte? «La semifinale play-off contro il Saline di cinque anni fa. Eravamo sotto 2-0, riuscii a segnare la rete del 2-1, poi pareggiammo e al secondo tempo supplementare mi procurai un rigore: arrivato sul dischetto avevo l’adrenalina a mille, feci gol e volammo in finale». Una vita divisa fra la Ciclat di Larderello, dove lavora, la famiglia composta dalla moglie Alessia, i figli Leonardo e Diego, 6 e 4 anni e un altro bebè in arrivo, Edoardo: una vita assai piena, che si completa la domenica quando indossa fascia di capitano e scarpini e prova a ipnotizzare i portieri avversari con le sue traiettorie. «Una dedica? A tutte le persone che hanno vissuto queste cento reti con me, dalla famiglia alla società del Palazzi Monteverdi che con Carlo Giannoni e Massimo Vivarelli hanno fatto per me grandi cose, come se fossi loro figlio: ritengo questa una delle società più serie del territorio, nata dall’unione di una piccola realtà come il Monteverdi a una più strutturata come il Palazzi che ha sempre seguito bene il settore giovanile».

Eva Bertolacci

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