Il Tirreno

Il caso

Imputata ragioniera di Cecina: «Si è intascata 241mila euro»

di Stefano Taglione

	Un'aula di tribunale (foto d'archivio)
Un'aula di tribunale (foto d'archivio)

La 57 enne è accusata di aver preso i soldi dei clienti: il denaro a lei inviato per pagare tasse, imposte Iva e contributi vari non sarebbe stato versato all’Agenzia delle entrate

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CECINA. Si sarebbe intascata i soldi di alcuni clienti del suo studio: 241.000 euro secondo l’ipotesi della procura. Denaro che gli sarebbe stato versato, attraverso dei bonifici, per il pagamento di imposte, tasse e contributi.

Una consulente del lavoro di Cecina, la cinquantasettenne Paola Riparbelli, è a processo per appropriazione indebita aggravata e continuata. Per lei il giudice, nell’udienza predibattimentale dei mesi scorsi, ha disposto il rinvio a giudizio. Secondo gli inquirenti le indagini, ormai concluse, avrebbero fatto emergere una gestione irregolare delle ingenti somme affidate alla professionista, nata a Livorno, da parte di diversi clienti per il pagamento di quanto dovuto all’erario. Attualmente cinque persone – tre uomini e due donne – si sono costituite parte civile in rappresentanza delle loro due aziende, una rivendita di quotidiani e una società di distributori di carburanti, mentre una libera professionista polacca di 45 anni e un enologo cinquantunenne risultano solamente parti offese.

Nell’udienza che si è celebrata due giorni fa nel tribunale penale di via Falcone e Borsellino, di fronte alla giudice Rosa Raffaelli, sono stati ascoltati i primi testimoni indicati dal pubblico ministero.

Le cifre

Gli importi contestati variano da alcune decine di migliaia di euro fino a superare, in un caso, i centomila. Quest’ultima somma interessa la quarantacinquenne originaria della Polonia, titolare di una ditta individuale con sede a Bolgheri, mentre l’enologo ha denunciato la ragioniera per l’appropriazione dei 30mila euro che le avrebbe inviato attraverso i bonifici. La società di distribuzione dei carburanti ha lamentato invece un danno di 68mila euro, l’edicola 43mila. I soldi versati – secondo l’accusa – non corrispondevano «all’Agenzia delle entrate e all’Inps – è quanto si evince dagli atti – per il pagamento di quanto dovuto per conto degli assistiti».

Rapporto di fiducia

La procura contesta inoltre a Riparbelli, che nel frattempo ha cambiato lavoro ed è difesa dall’avvocato Enrico Marinai, l’aggravante di aver commesso i fatti con abuso di prestazione d’opera professionale e di aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità alle persone offese. Chi si è costituito parte civile è assistito dai legali Emiliano Porri (la società dei carburanti) e Federico Pazzaglia (il negozio). La disponibilità delle somme, secondo l’impostazione accusatoria, derivava proprio dal ruolo fiduciario ricoperto dalla consulente nei confronti dei clienti, che si erano affidati allo studio per la gestione delle pratiche fiscali e contributive. I fatti sarebbero stati commessi in epoca antecedente e prossima all’aprile 2021, in particolare nel caso dell’impianto di benzina fra il 2016 e il 2020.

«Siamo nel casino»

Dalla società di carburanti si sarebbero accorti degli ammanchi dopo alcuni confronti con gli enti fiscali e dalla risposta a una telefonata fatta allo studio: «Siamo nel casino», avrebbero così risposto alcuni dipendenti, «senza che ci venissero però forniti ulteriori elementi di valutazione», le parole di alcune delle vittime. 

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