Attenzione
Miopia infantile dilagante, la pedagogista: «Utilizzo precoce degli schermi». I consigli, cosa evitare e attenzione allo sharenting
La pedagogista Pamela Filippi e i rischi dell’uso precoce degli smartphone: «La prima regola? I genitori devono parlare ai figli». Il 26 gennaio incontro gratuito a Rosignano: come partecipare
Li chiamavano nativi digitali, in opposizione ai boomer, adesso sono i bambini digitali: coloro che nascono già con competenze e attitudini digitali, come l’uso del pollice nei touch degli smartphone; contrapposti a chi è nato in epoca pre-digitale, analogica. Quando il telefono era fisso e aveva la rotella dei numeri. Ma non è tutto bello ciò che è smart.
Il problema dei bambini troppo tecnologici si fonde al rischio dell’iperconnessione, in pratica una forma di dipendenza.
Ne parliamo con la pedagogista Pamela Filippi, che da qualche anno ha lanciato a Rosignano un progetto rivolto alle famiglie dei baby digitali.
“Babbo guardami, mamma guardami” è il nome del suo progetto. Sembra un’invocazione ai genitori affinché tolgano gli occhi dallo schermo di pc e telefonino. Una rieducazione che parte come sempre dalle relazioni familiari e dagli adulti. Dalla sua esperienza sul campo è grave il problema?
«Pedagogisti e psicologi riscontrano difficoltà nelle nuove generazioni a gestire l’errore. Hanno scarsa concentrazione e difficoltà ad affrontare i problemi con strategia di problem solving. Questo c’entra con l’uso degli schermi, perché se sei abituato a ottenere tutto con un clic su uno schermo touch hai difficoltà a relazionarti per trovare soluzioni».
Ed è un fenomeno diffuso?
«Sì, è sempre più diffuso quanto più precoce è l’utilizzo degli schermi. Generazioni abituate al tutto e subito non sopportano l’attesa e la gestione del tempo, hanno un impoverimento delle esperienze concrete con il mondo che ci circonda. Utilizzano poco tutti i sensi perché sono abituati a utilizzare la vista davanti agli schermi. In certi Paesi, ad esempio in Asia a Singapore, è dilagante la miopia infantile, tanto che se ne sta occupando l’Oms come problema sanitario esteso. E tanto più è precoce l’utilizzo degli schermi più il danno è evidente».
Cosa intende per precoce?
«Sia chiaro, il problema è l’età, ma anche il tempo di esposizione e i contenuti. Spesso gli schermi sono offerti ai bambini come intrattenimento in assenza degli adulti. È impossibile che un bambino possa regolarsi nell’uso perché i bambini hanno una amigdala molto sviluppata, che sovrintende alla creatività, ma la parte del lobo prefrontale che caratterizza la pianificazione è ancora agli inizi. Quindi gli schermi, non accompagnati nelle modalità di uso e nel tempo, sono pericolosi. Sono anche per noi adulti una grande sfida: di non farci sottrarre l’attenzione perché il loro utilizzo nella vita lavorativa e privata ci rende più distratti. D’altra parte è l’economia dell’attenzione su cui si basa il guadagno del mercato tecnologico. Si innesca un processo dopaminico: molti di noi controllano molte volte il telefono, le mail, whatsapp, i like sui social. Rimanere nell’incertezza di quello che troverò sul telefono mi tiene agganciato al device, è come una slot machine per un ludopatico».
A che età un bambino dovrebbe cominciare a maneggiare uno schermo?
«C’è un piccolo vademecum condiviso dall’Oms: non prima dei 3 anni, perché è un’età connotata dalla psicomotricità del bambino che apprende solo attraverso la sua esperienza corporea. Per questo c’è un divieto assoluto. Ma con un compromesso: 15 minuti a 2 anni e 30 a tre anni di contenuti televisivi scelti e selezionati, insieme a un adulto».
Sa che è una battaglia, o un’utopia?
«Dobbiamo provarci. Dai 3 ai 6 anni l’uso è limitato ancora a tv e pc per la visione di video selezionati, cartoni animati e documentari, o film per 60 minuti senza pubblicità con un genitore. Mi spiego meglio: se un sabato sera si vuol guardare un film tutti insieme non crea dipendenza. Ma se da 3 anni un bimbo sta per ore a giocare su youtube è un problema».
E arriviamo all’età scolare.
«Dai 6 ai 9 anni inizia un percorso di nutrizione digitale: dalla scuola primaria in poi i bambini entrano in contatto con le tecnologie anche in ambito educativo. Per questo c’è bisogno di un percorso di nutrizione digitale perché si parla di relazione, se io accompagno mio figlio o alunno sto in relazione, e serve per mettere in campo strategie di problem solving. La relazione è indispensabile per impostare bene modalità e regole».
Quali sono queste regole?
«Il tempo, massimo 2 ore di utilizzo degli schermi. I luoghi dove non utilizzarli, come a tavola. C’è un codice di educazione che riguarda soprattutto noi adulti: se stiamo sempre col cellulare in mano a tavola, o quando siamo con altre persone, siamo un cattivo esempio. Il cellulare va spento 1 o 2 ore prima di dormire».
E arriviamo alla pre adolescenza e ai social.
«C’è un’età media molto bassa in cui il bambino riceve il primo smartphone. 8-9 anni è troppo presto. Tutte le App, anche youtube kids o i social come instagram o tik tok hanno come età minima 13 anni. Devo fare un patto con mio figlio: non è per controllarti, perché non ti ritengo in grado ma perché sono responsabile come genitore, che ti imposto il parental control».
Basta per prevenire i rischi della rete?
«No. Per prevenire i rischi della rete il genitore deve essere molto informato di come funziona. Ci sono tante cose da tenere in considerazione: quando il bambino è pronto a ricevere il primo cellulare non è solo un fatto di età ma di maturazione cognitiva e senso di responsabilità. Noi genitori dobbiamo essere pronti a far fronte ai pericoli, a conoscerli, a parlarne al bambino».
Perché è così preoccupante l’uso dei telefonini?
«Intanto non è cresciuto il sapere. I ragazzi dai 6 ai 14 anni non guardano il documentario di National geographic o google art sul telefono, ma chattano, si fanno selfie e stanno sui social. Per questo è importante parlare con un figlio, chiedergli ad esempio se sarebbe contento che postassero foto sue senza permesso».
A proposito di foto, cosa pensa dello sharenting, i genitori che postano foto dei figli?
«Lo sharenting è una forma di ignoranza da parte di noi adulti sulla nostra responsabilità di garantire la privacy ai nostri figli minori. Per noi sono ricordi, per altri possono essere dati che verranno rubati, l’identità digitale sarà violata, l’immagine potrà essere rielaborata con l’intelligenza digitale anche per truffe sul web, una foto buffa per esempio di nostro figlio bambino potrebbe essere utilizzata per prenderlo in giro un domani, diventando causa di cyber bullismo, la sua voce in un video potrebbe essere rielaborata e invecchiata dall’IA per truffare noi genitori da vecchi».
Com’è nato il progetto Babbo guardami, mamma guardami?
«È nato proprio per aiutare noi genitori ad aiutare i bambini e i ragazzi, i nostro figli. Noi adulti siamo iperconnessi, con il lavoro da remoto sempre legati agli schermi, siamo stanchi da impegni. Il tempo della vita professionale si è esteso alla vita familiare, oggi essere genitori è davvero impegnativo. La sfida è iperconnetterci ai nostri figli per comprendere i loro bisogni. Se non guardo mio figlio, interferisco nella sua identità e sana autostima, il bambino ha bisogno di un rispecchiamento per sentirsi vivo e conoscere il mondo».
In cosa consiste il progetto?
«Sensibilizzare le famiglie e gli educatori promuove un ritorno alle origini: far vivere i bambini con il corpo vitale e pensante da cui nascono le possibilità di pensare e progettare, risolvere i problemi, sviluppare competenze specifiche in relazione all’ambiente. Noi promuoviamo incontri formativi per informare le famiglie dando informazioni su evidenze scientifiche, con le quali possono costruire in famiglia un benessere digitale imparando a essere meno distratti dalle tecnologie. Il progetto ha cominciato un’opera di sensibilizzazione sui rischi delle tecnologie nella crescita dei bambini, e in questo contesto, grazie anche ai nostri sponsor, siamo felici di poter ospitare il 26 gennaio il seminario gratuito del presidente dell’associazione nazionale DI.TE (Dipendenze tecnologiche e cyber bullismo), Giuseppe Lavenia».
Un consiglio ai genitori?
«Leggete ai bambini anche mentre sono in pancia, e mettete in mano ai vostri figli il prima possibile i libri: librini tattili e sensoriali per introdurre gli albi illustrati, fonte ricchissima per la lettura condivisa genitore-figlio, alla base del legame affettivo ed educativo, che aiuta nella gestione della routine quotidiana».
L’incontro gratuito
"Iperconnessi”: è il titolo dell’incontro in programma per venerdì prossimo 26 gennaio, dalle 17 alle 19, alla Sala del Mercato a Rosignano Solvay: un incontro gratuito con il dottor Giuseppe Lavenia, presidente dell’associazione nazionale Di.Te, Dipendenze tecnologiche, Gap e Cibyer bullismo. Nell’incontro si affronteranno i temi dell’impatto che gli schermi e le tecnologie digitali hanno sugli sviluppi dell’infanzia e dell’adolescenza. L’incontro è promosso da “Babbo guardami, mamma guardami” con il patrocinio del Comune di Rosignano, main sponsor Valmec Sm e Solvay.
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