La manifestazione
Addio a “Tripolino”, la sua vita come un romanzo: le guerre, le lettere della moglie e quella corsa indimenticabile
Decano dei bersaglieri, Tripoli Giannini, di Cecina, era l’uomo più vecchio d’Europa. Fuggì a piedi dopo l’8 settembre da Mentone e tornò a casa. Gli aneddoti e i ricordi più significativi
CECINA. Quando è nato, il 20 agosto del 1912, era da poco stato approvato il suffragio universale in Italia, dove governava Giovanni Giolitti. Era l’epoca colonialista e l’Italia aveva decretato pochi mesi prima l’annessione della Libia; il Titanic era partito per il suo viaggio inaugurale l’11 aprile da Southampton diretto a New York, affondando solo pochi giorni dopo. È vissuto 111 anni e 113 giorni, Tripoli Giannini: un record che il decano dei bersaglieri e l’uomo più vecchio d’Europa ha conquistato senza batter ciglio.
Perché come raccontava agli amici e nelle interviste la vita va presa come un dono. Giorno per giorno. Eppure la sua vita è un romanzo: la guerra in Albania, l’incubo della campagna di Russia a cui sfuggì per miracolo, la fuga a piedi dopo l’8 settembre da Mentone per tornare a casa dalla moglie Tosca e dai due figli. Una tempra eccezionale quella di Tripolino, come lo chiamavano a Cecina. Lui che amava la corsa, aveva partecipato alla prima edizione della staffetta cecinese della Targa Cecina, nel 1929, e il calcio, che ha continuato a seguire anche andando allo stadio fin dopo i cent’anni, ha attraversato oltre un secolo come in un soffio. È morto nella sua casa, la stessa in cui era nato in via Trieste, poco distante dallo stadio comunale, la mattina del 31 dicembre.
Il figlio Romano, il maggiore (l’altro, Sergio, è morto anni fa) ha scritto un epitaffio su Facebook: “Credevo fosse immortale e... invece! Alle 9.30 di stamani, giorno di San Silvestro, è morto mio padre Tripoli Giannini, l’uomo più vecchio d’Europa. È campato 111 anni e 133 giorni, un record. Raggiunge sua moglie Tosca, mia madre, che lo aspetta da oltre quarant’anni”.
Per il suo 111esimo compleanno, nell’agosto 2023, Tripolino era stato festeggiato con tutti gli onori dalla Fanfara dei bersaglieri e dall’amministrazione comunale. E anche per il funerale, che si terrà domani nel duomo di Cecina, la Fanfara arriverà da Roma e lo omaggerà con la famosa marcia. La marcia e la fanfara a cui il bersagliere Tripolino ha continuato a partecipare fino alla soglia dei cent’anni.
Era il 2012, e lui sembrava ancora un ragazzino con la sciarpa rossoblù, i colori del suo Cecina calcio, il bar Napoli con gli amici, la passeggiata fino al mare. «Ho la badante, ma cerco di uscire da solo», rideva. Il Cecina calcio? «Sono stato dieci anni nel consiglio e vado a vederlo ancora», diceva. Tifoso sfegatato, si era occupato anche di altre società sportive cecinesi. Ma si divertiva soprattutto a raccontare della sua epopea podistica. Nel 1929 tenne a battesimo la nascita della Targa Cecina, la tradizione sportiva più importante della città. Fin da vecchio non mandava giù l’ordine d’arrivo ufficiale. «Io sono arrivato quarto, non quinto - ribatteva - , dopo Azeglio Bonsignori, Bruno Gasperini e Athos Bernardini...»
E continuava a raccontare. «Le strade non erano proprio quelle di oggi, o non avevano gli stessi nomi, comunque facemmo la via Aurelia e prendemmo il viale Marconi fino in cima(...) Si cominciò il secondo giro, però dopo il viale Marconi invece di prendere la via del vecchio ospedale si andò a prendere la via che portava nella piazza al Ponte (...). Non era mica uno scherzo, erano 5.200 metri. Furono pochi quelli che finirono la corsa, i più vomitarono perché avevano mangiato come sempre, era domenica e la corsa partì alle 17 sotto un gran sole».
Quel giorno era il 22 settembre del 1929. Vinse Azeglio Bonsignori del rione Ponte, 2º Bruno Gasperini di Marina, 3º Athos Bernardini del Ponte, 4º Emo Papi del Palazzaccio, e 5º Tripoli Giannini del Campaciocchi... «No davvero, io sono arrivato quarto - puntualizzava -: giunsi prima del Papi. E pensare che io non dovevo correre, i miei genitori non volevano perché ero magro come un uscio ma mi allenavo lo stesso, soprattutto di notte. L'Enel disse che se si vinceva, illuminava tutto il Prato. Il sabato i miei genitori partirono per le terme a Montecatini, e così io partecipai alla corsa».
Ricordi, immagini, volti: Tripolino ha mantenuto fino in fondo una mente invidiabile. Militare nei bersaglieri, campagna in Albania, per tanti anni ha gestito con la moglie Tosca un negozio di frutta e verdura in piazza Carducci, Il Prato, dove vendeva le primizie coltivate nel suo orto, poco distante dalla via Aurelia. Due figli, Romano e Sergio. «La morte di mio figlio Sergio - diceva, diventando triste - mi ha levato dieci anni di vita, è stata la cosa più terribile che mi è successa. Quella più bella? Sono tante, nel complesso ha passato una buona vita». Affabile e generoso, a Tripolino piaceva stare con la gente («Sennò in casa mi annoio»).
Il figlio Romano vorrebbe scrivere la storia del padre in un libro. «Mio padre l’ho conosciuto davvero la notte in cui è morta mia mamma - racconta -: era il 1982, c’erano i campionati mondiali di calcio. Allora si usava tenere in casa i morti. Passammo la notte insieme, sa all’epoca c’era una distanza di rispetto tra genitori e figli. Io ero già grande e vivevo lontano da Cecina: lui per la prima volta mi parlò con il cuore in mano, apriva le scatole dei biscotti e tirava fuori le foto, parlò della guerra, della paura di essere spedito in Russia, delle due lettere che mia mamma scrisse al comandante perché lo risparmiasse. Di come, dopo l’8 settembre, buttò via la divisa e tornò a casa, a piedi, da Mentone. Poteva andare alla macchia o a Salò, ma volle tornare a Cecina dalla mia mamma e da noi figli. Ci mise tre mesi, arrivò a Natale e poi cominciarono i bombardamenti. Ne ha viste tante mio padre ma era una persona positiva, generosa. Aveva il suo orto insieme a suo fratello Gennaro e vendeva le primizie nel negozio sul Prato. Gli volevano tutti bene perché sapeva voler bene alla gente. E poi gli piaceva stare in mezzo alle persone. Non basta un epitaffio per raccontarlo, ci vuole un libro».
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