Il Tirreno

La storia

Mario Piampiani: il centenario partigiano sfuggito alla deportazione

Cecilia Morello
La consegna della targa da parte del Comune di Castellina
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La consegna della targa da parte del Comune di Castellina

Il Comune lo ha omaggiato con una targa

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CASTELLINA MARITTIMA. Parole commosse, cariche di gratitudine e di riconoscenza per un uomo che ha speso anni importanti della sua vita per l’Italia. E che ha tagliato il traguardo dei 100 anni. “A Mario, che è stato uno dei protagonisti della Resistenza per la Liberazione del nostro Paese. A Mario, la cui vita è un esempio di coerenza, rettitudine e gentilezza”. Recita così la targa con cui il Comune di Castellina ha omaggiato Mario Piampiani in occasione di questo compleanno così speciale per lui.

Nato nel 1922, aveva 19 anni quando partì militare per combattere nella Seconda Guerra mondiale. Oggi ha scelto di vivere proprio a Castellina Marittima. Così nel giorno del suo compleanno l’amministrazione comunale, insieme all’Anpi e in accordo con la famiglia dell’anziano, ha deciso di concedergli una sorpresa.

«È sempre lucidissimo ed è stato molto contento della nostra improvvisata – racconta il sindaco Alessandro Giari – Mario è un patrimonio per la nostra comunità: la sua memoria e i suoi racconti sono un tesoro di tutti e come tali devono essere tutelati». Autore anche di un libro, la sua esperienza di partigiano è raccontata in “Memorie dalla Resistenza”, stampato dallo stesso Comune di Castellina.

Il ricordo di quei tempi in lui è d’altronde sempre vivo. «Ci misero un moschetto in mano e ci mandarono ad ammazzare gente, partendo dalla Francia e su verso i Balcani – racconta l’ormai centenario di Castellina – dopo l’8 settembre il comandante della nostra caserma ci mandò a casa perché avevamo ormai pochissimi armamenti: avremmo fatto una brutta fine».

Mario Piampiani si trovava nei pressi di San Miniato quando si unì alla Resistenza. «Eravamo partigiani di seconda linea – spiega – perché i reduci dell’esercito che stavano con i partigiani venivano deportati. Avevamo armi recuperate in guerra o portate di contrabbando. E poi qualche fucile da caccia preso dai genitori. Personalmente – racconta Piampiani – mi considero un partigiano di secondo grado perché non sono tra quelli che ci hanno lasciato la vita». Nel suo gruppo erano una trentina, tutti giovani e reduci. «Non ricordo l’anno preciso, ma ci furono tanti morti: i tedeschi – racconta – fecero stragi».

Quando i nemici si ritirarono alcuni partigiani, lui compreso, scesero in paese dopo essere stati avvertiti dalle donne che portavano loro da mangiare. «Ma un camion delle SS ci prese alla sprovvista – racconta Piampiani – ci caricarono con i mitra puntati sul furgone: erano fascisti e tedeschi. Ci portarono in campagna nella zona di Empoli, dove avevano allestito un campo di concentramento mobile in una segheria. Ci dissero che ci avrebbero portato in Germania a lavorare nelle miniere di carbone». All’epoca Mario aveva 23 anni e nessuna intenzione di farsi deportare. «Piuttosto sarei morto vicino a casa. Così io e un altro scappammo, sfuggendo agli spari dei mitra e riuscendo a raggiungere i rifugi dei nostri genitori. Di quei 200 nel campo mobile parecchi finirono in Germania: qualcuno ci morì e altri hanno lavorato nelle miniera finché la guerra non è finita».

Lui alla fine è tornato a casa, a Castellina, ed è qui che ha messo su famiglia e dove ancora oggi vive.


 

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